Il bazar della manovra

Sprechi e sperperi negli emendamenti: la depressione economica non ha cambiato le abitudini del Belpaese

La crisi finanziaria è alle spalle: gli indicatori economici da tempo segnalano la ripresa in atto, al netto di due fattori negativi. L’Italia è il paese che cresce meno all’interno dell’Eurozona ed è anche il paese in cui i nuovi assunti, nella maggior parte dei casi, hanno un contratto a tempo determinato, sia pure col meccanismo delle tutele crescenti. Due freni che fanno percepire la crescita come aleatoria, un fenomeno statistico fuori dalla realtà.

L’ultima legge di bilancio, a rigor di logica, dovrebbe servire per dare un segnale ai mercati circa la serietà delle nostre istituzioni e il rigore che verrà. Non parlo di misure di contenimento della spesa, che pure male non farebbero (un minuto di silenzio per Cottarelli), ma almeno di incentivi allo sviluppo. Così non sarà.

Secondo tradizione, la classe dirigente pronta al cambio della guardia mantiene saldo un interesse: restare al potere, manovrare le leve di comando per garantirsi una successione indolore, presentando il conto ai contribuenti. Dai tempi della Prima Repubblica non è cambiato granché.

E allora via al mercato delle regalie e degli emendamenti (5.905) al testo: detrazioni per gli under-14 iscritti alle scuole musicali, revoca delle sanzioni contro chi ha evaso ma si è intimamente pentito, fondi per il benessere organizzativo delle Forze Armate e per gli italiani in Venezuela colpiti dalla crisi. È la prosecuzione del bonus ai diciottenni con altri mezzi.

La produttività, a Montecitorio, non è un tabù. Ma neanche un obiettivo.

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