Perché Biden va in Turchia?

L’emissario di Obama a colloquio con Erdogan: i due paesi costretti a trovare un’intesa sulla Siria

In questi minuti il vice-presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sta incontrando Recep Tayyip Erdogan, capo dello Stato turco nonché leader dell’Akp. Il vertice bilaterale fra le due potenze è il primo incontro ufficiale dopo lo sventato golpe del 15 luglio e arriva, in ordine di tempo, a margine del riavvicinamento diplomatico della Turchia alla Russia di Vladimir Putin.

I nodi da sciogliere sono diversi. Sul versante anatolico, Erdogan rimprovera agli Stati Uniti di non aver offerto alcun supporto al governo democratico, tenendo un atteggiamento attendista all’alba del putsch militare. La lontananza di Washington, in una simile visione, sarebbe confermata dalla mancata estradizione di Fethullah Gülen, il religioso residente in Pennsylvania ritenuto leader spirituale della Feto, la realtà terroristica che avrebbe organizzato il colpo di Stato.


Gli Stati Uniti, a loro volta, ritengono che l’atteggiamento adottato da Erdogan – con le purghe di massa registrate nell’ultimo mese – sia il segnale più evidente di come l’Esecutivo abbia agito al di là dello Stato di diritto, senza consultare gli alleati.

Il New York Times ha calcolato che, in condizioni analoghe, se gli Stati Uniti avessero agito come la Turchia – ricorrendo, cioè, allo stesso approccio muscolare – il governo a stelle e strisce avrebbe dovuto licenziare circa un terzo degli insegnanti presenti in tutti gli Stati dell’unione; avrebbe spiccato mandati di cattura per un quarto degli ufficiali appartenenti all’Esercito; avrebbe sospeso dalla propria attività ogni giudice presente in California, Texas, Georgia e nello Stato di New York, licenziando al contempo un terzo del personale impegnato al Dipartimento dell’Educazione. Troppa grazia.

Il rebus siriano e l’irredentismo curdo

Ma non sono soltanto gli effetti del golpe o l’estradizione di Gülen a creare attriti fra le parti. Il vero problema è la posizione assunta dai rispettivi governi nel guazzabuglio siriano. Sì, perché gli americani fanno leva sui militanti curdi per contrastare le milizie dell’Isis. Operazione che Ankara non può tollerare, vedendo in quel legame il pericolo concreto di un richiamo irredentista al Kurdistan turco. La solerzia del Pkk nelle ultime settimane confermerebbe, in tal senso, i pregiudizi del premier Binali Yıldırım.


Nonostante gli attentati delle ultime ore, attribuiti al Califfato dai funzionari del governo, è indubbio che Erdogan abbia visto in passato con occhio indulgente gli estremisti di Abu Bakr al-Baghdadi. Lo ha sottolineato, con la consueta dovizia, Alberto Negri sul Sole:

Lo Stato Islamico ha goduto per molto tempo della connivenza della Turchia: traffico di petrolio e di armi. In cambio i jihadisti hanno ripagato Erdogan attaccando i curdi a Kobane e mandando i kamikaze a farli fuori nelle piazze turche come avvenuto a Suruc e Ankara nel 2015. Sono stati manovrati per fare la guerra ai curdi, l’incubo di ogni stratega turco. I jihadisti ora si vendicano ma continuano a colpire i curdi come è avvenuto con il massacro alle nozze di Gaziantep e il tentativo di inviare un altro attentatore – adolescente – a Kirkuk, nel Kurdistan iracheno”.

Ma se Erdogan fino a qualche mese fa trattava impunemente coi terroristi, le mutate condizioni internazionali – e la rinnovata “amicizia” con Mosca, da sempre al fianco dell’ex rais Bashar al-Assad – lo hanno persuaso della necessità d’imprimere una svolta alla politica estera nazionale, agendo in sinergia col Cremlino pur senza rinunciare alla battaglia con l’YPG (l’Unità di Protezione Popolare curda presente a Rojava, nel nord della Siria). Il nuovo leitmotiv è lotta senza pietà ai terroristi, siano essi dell’Isis, della Feto o del Pkk.

La visione americana: la Russia è più pericolosa dell’Isis

Biden, però, ha una visione diversa del problema, quella adottata dall’Amministrazione Obama. I tempi in cui il presidente degli Stati Uniti definiva i miliziani dell’Isis un “nemico di serie C” sono lontani, ma la percezione della sfida è ancora sottovalutata. Lento all’ira e prudente nell’uso della forza, il tandem Obama-Biden ritiene la lotta agli islamisti una minaccia secondaria per il blocco atlantico. Il terrorismo di matrice islamica non minaccia frontalmente l’esistenza e la sopravvivenza degli Stati Uniti: si limita, per così dire, a mettere a repentaglio la vita dei civili. Elemento preoccupante, certo, ma non quanto il rafforzamento militare delle potenze nucleari, dalla Russia alla Cina passando per la Corea del Nord.


Solo così si spiega la frase di Biden secondo cui “il terrorismo è una minaccia reale, ma non esistenziale per gli Usa“. Una frase che consente di leggere retrospettivamente le scelte tattiche, non proprio felici, adottate negli ultimi otto anni dal Dipartimento di Stato.

Perché, allora, Biden vola in Turchia nel tentativo di ricucire i rapporti con un alleato storico? Perché secondo il principio dei vasi comunicanti, la ridimensionata presenza americana nella regione ha creato un vuoto di potere che un’altra potenza nucleare – nella fattispecie la Russia – ha saputo colmare con la forza della propria leadership. E ora il disegno neoconservatore o le speranze democratiche riposte nelle primavere arabe sono in frantumi, mentre gli americani si trovano costretti in un angolo, obbligati a inseguire Ankara per evitare di perdere un partner strategico nel medio-oriente.

Aggiornamento delle 19.51: a dimostrazione di quanto sostenuto sopra, la capitolazione americana è quasi compiuta. Biden ha esortato le forze curde ad arretrare, pena la perdita del sostegno americano. Contestualmente ha offerto ai turchi il proprio ramoscello d’ulivo, attorno al quale è appesa la testa di Gülen. “Vorrei che fosse in un altro paese, non negli Stati Uniti” ha ammesso il vice-presidente statunitense dopo il faccia a faccia col premier turco.

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