Campa cavallo: Renzi dimentica i marò e tanti altri italiani

maròSiamo ancora alle scaramucce: il Governo italiano, nella persona del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, manifesta “delusione” per la decisione della Corte suprema indiana di respingere i ricorsi presentati dai due marò. Tutto cambierà, promette l’Esecutivo, e proprio il titolare della Farnesina sembra tracciare la rotta in tal senso: “Ci aspettiamo risultati rapidi e tangibili – ha affermato Gentiloni in un’intervista su Avvenire – perché dopo quello che è successo dieci giorni fa non possiamo più accontentarci di generici riferimenti ad un dialogo“.

Nel frattempo il Ministro tiene a precisare la posizione dell’Italia: nessuna rottura delle relazioni diplomatiche e rafforzamento, ove possibile, dei contatti bilaterali. Praticamente un ultimatum talmente blando da sembrare inconsistente.

Ma se Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono prigionieri di una sentenza fumosa, che lascia intendere perfettamente il peso della nostra politica internazionale, ebbene contestualmente ci sono altri 2.393 connazionali all’estero in attesa di giudizio. Un dato sconcertante, che diventa ancor più ridondante se si tiene in considerazione che su 677 italiani condannati soltanto 33 verranno estradati nel Bel Paese, con buona pace del dettato della Convenzione di Strasburgo.

Sempre in India, ad esempio, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni risultano rinchiusi nelle carceri di Varanasi, condannati all’ergastolo con motivazioni surreali: secondo la Giustizia locale i due avrebbero orchestrato l’omicidio del compagno di viaggio Francesco Montis. Peccato che nella sentenza definitiva il movente sia divenuto carta straccia per insufficienza di prove. Nondimeno la pena dev’essere scontata a causa del quadro indiziario tracciato dalle autorità inquirenti.

Non è andata meglio, sul versante occidentale, a Enrico Forti, condannato all’ergastolo per omicidio a causa di un delitto avvenuto in Florida nel 1998. Le prove a suo carico sono fragili, ma la Corte in giudizio ha avvertito la sensazione “al di là di ogni dubbio, che sia stato l’istigatore del delitto“.

E così, tra sensazioni e strappi, l’Esecutivo italiano abbandona i suoi “esuli”, ne accetta restrizioni e pene.  Il caso indiano è soltanto l’ultimo atto di una tragedia dal sapore amaro: un atto pieno di pathos, se è vero che per Amnesty in tale cornice “persistono torture e altri tipi di maltrattamenti, esecuzioni extragiudiziali, morti in custodia delle forze dell’ordine e detenzioni arbitrarie” che non rappresentano un buon biglietto da visita per il governo di Nuova Delhi. Intendiamoci: non è che in Italia le carceri siano degli alberghi a cinque stelle, ma le mancate rivoluzioni copernicane del ministro Orlando non giustificano ipso facto la sonnolenza di Gentiloni. Anzi.

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