Con le armi o con le bandiere arcobaleno: la guerra santa e il giornalismo militante


Dal 2001 è sempre la stessa storia: da un lato si schierano i cultori della guerra, dall’altro quelli che compiangono gli islamisti, vere vittime del Capitale

Le esplosioni in Belgio hanno acceso, ancora una volta, lo stucchevole dibattito italiano sul terrorismo mussulmano, un dibattito che si lega indissolubilmente a luoghi comuni, pregiudizi, piccole esigenze di bottega e dimentica nel frattempo di fare i conti con la realtà.

Non si può naturalmente incedere in generalizzazioni di sorta, ché le lodevoli eccezioni non mancano. Eppure la cifra del confronto sembra essersi appiattita sull’eterna lotta fra falchi e colombe, su una divergenza fra chi sostiene che tutti i mussulmani siano terroristi – proprio perché mussulmani, quindi violenti di natura – e chi pensa che predicare apertura e tolleranza sia l’unica risposta plausibile alla sfida dell’integralismo.

Le posizioni intermedie, le sfumature di grigio, spariscono sotto la pressione delle accuse reciproche, sepolte fra le macerie della metropolitana di Bruxelles: così, fra le urla di chi invoca la forca per opposte ragioni, la nostra capacità critica di mettere ordine nell’agenda globale si affievolisce progressivamente.

E’ una novità? No. Sin dal 2001, col crollo delle Torri, la minaccia del fondamentalismo – radicale e cruenta – ha provocato fratture nette fra gli intellettuali. Lo stile utilizzato dalle opposte fazioni è però notevolmente peggiorato col tempo, nel momento in cui mestieranti della demagogia si sono affacciati sulla scena pubblica intestandosi battaglie al di fuori della loro portata: alla Fallaci e a Huntington sono seguite le risposte politiche di Trump e Salvini, e già questo dovrebbe dirci qualcosa, spingerci, in qualche modo, a tornare sui nostri passi.

Dall’altra parte della staccionata, si badi, il discorso non è diverso: mancano gli interpreti, non le pessime intenzioni. A quindici anni dal primo atto di guerra, all’epoca organizzato da Al Qaeda, è stato riproposto il mito della lotta di classe, del terrorista povero ed emarginato costretto a guardare a debita distanza il lusso sfrenato di un Occidente assai opulento. E pazienza se non è così, pazienza se qualsiasi report stilato fino ad ora ci narra le mirabolanti imprese di soggetti psicolabili, allevati con tutti gli agi del caso, istruiti alla cultura generale prima che all’amore per la lettura radicale del Corano. La fede islamica, in un’analisi di tale levatura, non va neppure presa in considerazione: e se gridano “Allah Akbar” quando fanno detonare il trolley, è soltanto la reazione isterica di una società sfruttata per decenni che non ha ancora imparato a scandire l’antimperialistico “dannazione ai McDonald”.

Se i fatti smentiscono le opinioni, tanto peggio per i fatti, si recitava un tempo.

Ventiquatt’ore dopo l’attentato sarebbe utile riflettere sulle policy, ossia sulle risposte che al terrorismo possono essere date sotto il profilo operativo (dall’integrazione fra le strutture d’intelligence a un impegno massiccio per la risoluzione dei contenziosi in Libia e Siria). Anziché entrare nel merito delle alternative, buona parte degli opinionisti italiani si rifugia nel sermone pre-stampato, sempre uguale a se stesso, cambiando al più il teatro dello scempio. E’ tutto legittimo, intendiamoci, ma ai lettori si rende un buon servizio?

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