Conto aperto: perché Agca non lascia in pace Wojtyla

alì agcaAlì Agca torna alla ribalta della cronaca nazionale. Il personaggio controverso, che già aveva tentato di uccidere Giovanni Paolo II, ha deciso – dopo trentatré anni – di portare dei fiori sulla lapide di Wojtyla, nel frattempo divenuto Santo.

Così i giornali hanno dedicato all’evento un clamore francamente incomprensibile: va bene essere aperti perfino nei confronti di Caino, va bene che Sua Santità ebbe modo di perdonare l’aggressore (forse anche per capire chi ne aveva armato la mano), ma Agca è e resta un omicida: se a Roma non riuscì a portare a termine il folle gesto, nel 1979 la stessa fortuna del Pontefice non la ebbe il notista turco Abdi Ipekci, caduto sotto i colpi di mortaio dell’ex Lupo grigio, condannato per tale reato all’ergastolo.

Eppure l’Italia dimentica chi ha di fronte: ne ascolta rapita le disquisizioni, dedica al delinquente le prime pagine dei propri quotidiani, evidenziandone innanzitutto il pentimento, quasi fosse una sorta di rinato Don Rodrigo. Le testate s’interrogano sulle sue provocazioni, sulle piccole infamità di un uomo che era giunto a proclamarsi nuovo Cristo, riesumando il concetto di reincarnazione. Pochi, pochissimi, centrano il punto: cosa ci guadagna Agca con questa pantomima?

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