Non ditelo a Fassina: Corbyn ridisegna il Labour a sua immagine

Il leader della sinistra britannica pronto al rimpasto del governo ombra: fuori quanti lo hanno contestato sulla politica estera e sulle scelte concernenti la difesa; dentro i fedelissimi che sposano la linea del capo

Jeremy Corbyn
Jeremy Corbyn

Il leader della sinistra britannica pronto al rimpasto del governo ombra: fuori quanti lo hanno contestato sulla politica estera e sulle scelte concernenti la difesa; dentro i fedelissimi che sposano la linea del capo

Ok, l’indiscrezione deve circolare a bassa voce, in Italia non siamo psicologicamente preparati. L’idea che all’interno di un partito possa prevalere legittimamente una linea leaderistica, previa consacrazione elettorale tramite congresso o per mezzo delle primarie, desta scalpore a sinistra: le minoranze gridano facilmente al golpe, quasi fosse un riflesso condizionato. In realtà, con buona pace delle rimostranze di Civati e Fassina, ciò rientra nella normale dialettica democratica. Chi vince governa, chi perde si adegua. Prova ne sia il fatto che il loro idolo, Jeremy Corbyn, il Mario Capanna di Chippenham, ha deciso di prendere in mano l’iniziativa per spostare il Labour sulle proprie posizioni, piaccia o meno alle correnti interne.

Dopo aver storto il naso di fronte al dissenso dei colleghi rispetto alle nuove linee guida sulla politica estera, Corbyn sta per mettere a segno un rimpasto del governo ombra che premierà l’ala oltranzista del partito. Questo atto, qualora fosse confermato, rivelerebbe due dati importanti:

  1. la retorica delle posizioni alternative ben accette lascia il tempo che trova ed è strumentale, semmai, alla conquista delle posizioni di potere, nell’attesa che Voltaire possa essere sacrificato sull’altare della coerenza ideologica;
  2. l’opposizione a Cameron riesce a frammentarsi pur essendo minoranza, regalando un insperato cadeau al primo ministro di Sua Maestà.

Corbyn deve risolvere un problema identitario. La sua ricetta per i malanni europei è chiara: bisogna adottare la linea Varoufakis, contestare i centri economici neo-liberisti, attaccar briga coi creditori e riportare in auge un’impronta marxista che mandi in soffitta i falsi miti della socialdemocrazia. Impronta che viene definita anacronistica dai blairiani e perfino dagli pseudo-tsiprioti laburisti, convinti – invece – che la contestazione ai centri di potere del capitalismo selvaggio debba essere incardinata in un progetto riformista responsabile e di lungo respiro. Insomma, una scissione di fatto.

Hilary Benn
Hilary Benn

I conservatori guardano divertiti: mentre a sinistra volano i panni sporchi, fra un tomo di Stiglitz e un pamphlet di Piketty usati come armi contundenti, a destra l’establishment dei Tory si prende la briga di accusare la controparte di anti-europeismo, stante il giudizio critico espresso sull’austerità imposta da Bruxelles al Vecchio Continente. Un’offensiva surreale per chi conosce un minimo le dinamiche della politica made in Uk.

Ma paradossalmente non potrebbe essere altrimenti: le scelte sulla sicurezza, il ruolo geostrategico dell’Inghilterra nel mondo, lo status del paese all’interno della Nato tornano come temi caldi all’ordine del giorno a ogni spiffero proveniente dai Balcani o dal Vicino Oriente. In una società globale come la nostra, dove l’effetto domino del conflitto fra Ryad e Teheran rischia di paralizzare l’Opec mettendo in imbarazzo il Dipartimento di Stato e i suoi alleati – Downing Street inclusa –, pretendere di parlare esclusivamente d’economia e tasse nel dibattito pubblico è semplicemente surreale. Non basta una ricetta contabile per governare una nazione: serve un’identità chiara, un approccio concettuale condiviso. Il Labour, invece, si muove a tentoni, manco fosse un’idra schizofrenica, dove ogni testa attacca le altre senza curarsi dello stato complessivo di salute del corpo.

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