Costo opportunità: l’implosione dell’Europa può indebolire Trump

Il presidente degli Stati Uniti ha elogiato la Brexit e ha invitato gli altri paesi dell’Unione a seguire l’esempio d’oltremanica. Un azzardo eccessivo?

Stare col fiato sul collo degli alleati affinché rispettino i patti sottoscritti è un’operazione politicamente legittima: Donald Trump ha criticato i partner della Nato che non sostengono i costi dell’Alleanza Atlantica, riprendendo i moniti del suo predecessore, Barack Obama, che aveva definito “scroccone” le potenze del Vecchio Continente. Allo stesso modo Angela Merkel contesta da tempo la mancata austerità nei paesi dell’Europa mediterranea, e lo farà in maniera più accentuata con la campagna elettorale alle porte. La Cancelliera però sa che il treno tedesco passa necessariamente sui binari dell’UE, mentre Trump – inneggiando alla rinascita degli Stati-nazione e al rapporto privilegiato fra Washington e Londra dopo la Brexit – non sembra comprendere come un indebolimento dei legami atlantici possa nuocere alla sua amministrazione.

Un nuovo ordine

Trump, lo abbiamo scritto più volte nel passato recente, ha in testa un sistema multipolare con i grandi player – Usa, Cina e Russia – chiamati a gestire le tensioni dell’ordine mondiale. Affinché una simile strategia abbia buon esito è necessario, però, non perdere terreno “nel proprio giardino di casa”: un’Europa divisa, lasciata in balia delle forze qualunquiste determinate a riportare in auge il concetto di sovranità nazionale, è un’Europa potenzialmente instabile e più incline ad ascoltare il canto delle sirene di Mosca e Pechino. L’accoglienza riservata in Svizzera a Xi Jinping è emblematica, come la vicinanza – perfino finanziaria talvolta – dei movimenti qualunquisti all’orbita di Putin.


Rinegoziare tutto

Trump ritiene che il sistema delle relazioni internazionali possa essere rivisto secondo le regole del business: crede, cioè, di poter negoziare intese passate e future facendo valere il peso contrattuale della superpotenza americana. Gli Stati Uniti, però, hanno rinunciato da diversi anni a essere il fulcro dell’ordine mondiale e il disastro siriano o quello libico stanno lì a testimoniare il ridimensionamento in atto. Negli affari, inoltre, ciascuno persegue il proprio legittimo interesse e non è dato sapere, allo stato attuale, se una nuova sinergia sino-europea possa o meno far saltare i legami del “mondo libero” ereditato dal tycoon.

L’azzardo della rottura con l’Europa

Scindere completamente le alleanze dai legami culturali e politici maturati negli ultimi secoli può essere un errore micidiale. Non a caso gli esponenti del futuro governo, Rex Tillerson su tutti, hanno utilizzato le prime apparizioni pubbliche per correggere il tiro rispetto alle improvvide dichiarazioni del commander-in-chief. Il sistema americano è sì un sistema presidenziale, ma il Congresso e l’establishment repubblicano tenteranno di bloccare ogni deriva conflittuale.


Superare la diatriba con la Russia, per stabilire una cabina di regia unica che vada dall’Est europeo al Medio-Oriente, non è insensato; pensare di scardinare l’UE per imporre bilateralmente i propri piani agli alleati più riottosi è fin troppo rischioso.

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