La democrazia e il call center

La nuova legislatura, l’analisi dei curricula e la questione giovanile: cosa rivela il caso Fico

La narrazione prevalente, élite VS popolo, è ormai esasperata dagli stessi media che provano a smontare questo schema binario. Un esempio banale viene offerto dalla cronaca politica di questi giorni: l’esperienza professionale in un call center perché mai dovrebbe squalificare il neo-presidente della Camera, Roberto Fico?

Posso intuire, a grandi linee, il ragionamento espresso fra le righe: uno così non ha mai amministrato nulla, come fa a ricoprire la terza carica dello Stato? E tuttavia non dovrebbe sfuggire un dato: una simile forma mentis è tipicamente andreottiana.

Il divo Giulio ammoniva i suoi sulla necessità di iniziare la carriera politica nei condomini, per poi passare alle università, ai quartieri, ai comuni, alle regioni e via, “verso l’infinito e oltre” (citazione dotta). Questa logica, almeno sul piano teorico, dovrebbe però essere invisa tanto al Partito Democratico, un tempo radicato nel territorio, quanto a Forza Italia, che col Cavaliere ebbe per prima l’intuizione di mettere alla gogna i “politici di professione”, invocando una gestione aziendalista dell’erario pubblico.

Non è questione di simpatie o antipatie personali, dunque, né di giudizi o pregiudizi ideologici. È la lente attraverso cui s’intende osservare il futuro del paese. C’è un’intera generazione che ha scelto in massa i cosiddetti “partiti di protesta” ed è quella generazione che prova a sbarcare il lunario accettando mansioni spesso modeste rispetto a titoli di studio ottenuti con fatica. C’è chi lavora al telefono, chi in pizzeria, chi porta a spasso i cani o sistema vestiti, magari con una laurea o un master alle spalle, pergamene appese a un chiodo con le annesse promesse di gloria. Sono le voci afone della nostra democrazia, gli ultimi – alquanto incazzati – su cui non fa più presa nemmeno la promessa biblica di diventare i primi, in un domani indefinito e indeterminato (parola tabù in tempi flessibili).

In questa logica “l’uno vale uno” suona come una promessa perché infrange la campana retorica delle consorterie baronali di provincia, sblocca cioè l’ascensore sociale, fosse anche a spese di un merito oggi lontano dall’essere valorizzato.

Se un partito “moderato” ritiene utile denigrare giovani e meno giovani finiti ai margini del sistema economico, è affar suo. Saranno le urne a premiare una strategia dell’esclusione che a me sembra potenzialmente suicida.

Se il dileggio, implicito, viene dalla stampa, sia essa di destra o di sinistra, il discorso mi sorprende e in negativo. Anche perché, ammettiamolo, non è che i giornali scoppino di salute al punto da poter rinunciare a nuovi lettori. Per orientare il dibattito pubblico – ambizione segreta di ogni foglio d’opinione – bisogna comprendere esigenze e istanze del paese reale. Anche ai direttori, in questo scorcio di Terza Repubblica, è richiesto un bagno d’umiltà.

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