Fermare gli avanzi di Vichy: la lunga marcia di Macron

Il leader di En Marche sembra essere l’unico candidato in grado di bloccare l’avanzata di Marine Le Pen. Chi è? Cosa propone? E da dove viene?

La crisi economica ha annichilito le forze politiche tradizionali. Le grandi culture del Novecento, quella popolare-conservatrice e quella socialista-riformista, affrontano oggi una crisi identitaria senza precedenti, una crisi che mette in discussione la stessa rappresentanza di quei blocchi sociali che un tempo costituivano le basi elettorali di riferimento del Pse e del Ppe.

Eppure l’Europa non vive una fase di profonda recessione. Come ha ricordato Claudio Cerasa, ricorrendo alle parole del presidente della Bce Mario Draghi,

«nel corso degli ultimi due anni, nella zona euro, il Pil pro capite è aumentato del 3 per cento (e lo scorso anno è aumentato di una cifra non troppo diversa da quella americana: 1,9 contro 2,4); la disoccupazione è scesa al 9,6 per cento, che è il livello più basso toccato dal maggio 2009; il rapporto tra debito pubblico e pil è in calo per il secondo anno consecutivo; la crescita del pil dell’area euro è in costante miglioramento da quattordici trimestri consecutivi; rispetto al 2013 ci sono 3,5 milioni di disoccupati in meno; e nel 2016 nel suo complesso (l’Italia è un caso di scuola a parte, in negativo) la crescita registrata nella zona euro (1,7 per cento) ha superato persino la crescita registrata negli Stati Uniti (1,6 per cento)».

Questi i fatti. Poi ci sono le interpretazioni, il corso della storia, il malumore dell’elettorato: ed è in questo spazio che le forze populiste hanno racimolato consensi.

L’incazzosa macchina da guerra

Marine Le Pen in Francia, Beppe Grillo e Matteo Salvini in Italia, Geert Wilders in Olanda, Pablo Iglesias in Spagna, Frauke Petry in Germania: fanno tutti parte di un’unica famiglia, rappresentano – nel loro insieme – lo spirito di un malessere dilagante rispetto all’economia di mercato e alla globalizzazione. Sono gli alfieri di una rinascita nazionalista che minaccia l’ordine mondiale ereditato dalla fine della Guerra Fredda, non a caso – a vario titolo – godono della simpatia, e talvolta dei finanziamenti, del Cremlino.

Che fare, allora, rispetto a chi minaccia di far saltare i trattati che hanno garantito pace e sviluppo nel Vecchio Continente? Come contrastare uno storytelling negativo che dipinge un’Europa lugubre, perennemente scossa dalle tensioni sociali, assediata dai migranti, in balia della disuguaglianza? La risposta, forse, arriva dalla Francia.


La lunga marcia

Di fronte alla crisi sistemica qualcuno ha pensato che la soluzione potesse essere sì nuova, ma nell’ambito di una rottura meno traumatica col mondo ereditato dalla precedente generazione.

“Non vi dico che sinistra e destra non significano più nulla, che non esistono più o che sono la stessa cosa, ma queste divisioni in questo momento storico non sono superabili? Non bisogna essere l’uno o l’altro, bisogna essere francesi!”. A pronunciare queste parole non è stata la leader del Fronte Nazionale, convinta che iPhone, Big Mac e jihad facciano parte di un’unica minaccia. È stato Emmanuel Macron, leader di En Marche e candidato alle prossime presidenziali d’oltralpe.

Macron è un liberale a vocazione blairiana e nei suoi comizi le bandiere francesi non mancano mai. Al richiamo ai valori tradizionali della nazione non rinuncia, però declina il tutto in una prospettiva comunitaria, sventolando la bandiera europea e facendo seguire alla Marsigliese le note calde dell’Inno alla Gioia.

“L’Europa è uno dei suoi temi centrali: la difende e ne parla bene, dice che «è la nostra migliore protezione, di fronte alla concorrenza sleale di cinesi e indiani» e che è «la nostra identità, il nostro sogno». Dice che la Francia non può bastare a se stessa e che l’Europa unita è fondamentale sia nella lotta al terrorismo che per affrontare i flussi migratori. Pensa che la vera sovranità non sia nazionale ma europea, e che chiudere le frontiere per proteggere la Francia dai rischi della globalizzazione (come propone Marine Le Pen) sia un’ingenuità” riassume il Post.

Profilo d’Eliseo

Il suo identikit è chiaro: “Già banchiere, giovane, consigliere di François Hollande ma volto nuovo della politica, ha utilizzato la sua esperienza al governo, al ministero dell’Economia, per mostrare una dote chiara e semplice: la capacità di varare una riforma dal peso politico notevole, anche nelle opposizioni provocate, e dalla diretta e immediata presa sul vivere quotidiano dei francesi, tra incremento dell’utilizzo dei mezzi pubblici e negozi aperti e stipendi minimi”.


In Italia l’avremmo definita una lenzuolata e i sindacati sarebbero scattati come un sol uomo per contrastare la minaccia. A Parigi è successa più o meno la stessa cosa, ma Macron ha vinto il suo personale braccio di ferro e ha utilizzato il Partito Socialista all’Enrico Mattei: quasi fosse un taxi destinato a sparire dopo averlo lasciato a destinazione. Così si è messo in proprio, ha fondato un partito eterogeneo e post-sistemico. Nel suo pantheon c’è un po’ di tutto: da De Gaulle a Simone Veil, da Zola a Mitterand.

Sicurezza e uguaglianza nelle opportunità

Il programma è un manifesto del progressismo ragionevole: «priorità alla lotta contro il terrorismo, con una riorganizzazione dei servizi segreti, il ripristino dell’intelligence territoriale, la creazione di una polizia di prossimità, che garantisca la sicurezza quotidiana, e l’assunzione di diecimila nuovi funzionari; aumento del budget della Difesa al 2 per cento, con una difesa “più europea” e una partnership rafforzata tra Parigi e Berlino; un alleggerimento del carico fiscale degli imprenditori, accanto a uno snellimento dell’ipertrofico codice del lavoro e a dei tagli alla spesa pubblica; un no secco all’utopia del candidato socialista Hamon sul reddito universale, perché c’è già l’Rsa, il reddito minimo sociale; un “Pass culture” di 500 euro “come in Italia”, ha specificato, per ogni giovane di 18 anni, finanziato dai giganti del digitale e della distribuzione, sulla scia dell’idea dell’ex premier italiano Matteo Renzi».

L’obiettivo di una forza in movimento

Il tentativo è chiaro: instaurare un nuovo modello politico che parta da una visione d’insieme della società francese ed europea, una visione all’interno della quale lo Stato non è un Moloch onnipotente di tipo giacobino, ma dialoga su scala triangolare con le Regioni e con l’Unione nel tentativo di offrire servizi migliori al cittadino.

Via la spocchia pedagogico-marxista, «l’élite illuminata non può sentirsi al riparo, perché ha conseguito il mandato elettorale; soprattutto, essa deve mettere in conto l’inevitabile brusco slittamento dalla retorica con cui si vincono le elezioni e il realismo che prima o poi va praticato, una volta al Governo. Del resto, se dai testi risaliamo alla struttura operativa di Macron, non è affatto casuale che nel suo giro stretto prevalgano persone che vengono dal network del socialista liberale Strauss-Kahn».


Certo, non è detto che l’impresa riesca: gli elettori e i mercati, in tempi tristemente interessanti, sanno essere bizzosi e le incognite sul voto sono infinite. Una su tutte: l’appeal della Le Pen sull’ex elettorato rosso. Come Trump coi sandersiani, il Fronte Nazionale spera di trasformare le simpatie della base socialista in consensi. Ci si chiede, insomma, se Hayange non possa diventare nel giro di un anno la nuova Youngstown, la cittadina della Pennsylvania che ha voltato le spalle alla Clinton determinando l’affermazione del tycoon newyorkese. Chissà.

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