George W. può fermare Trump. La camorra blocca i Cinque Stelle?

Il problema coreano investe Pechino dai tempi di George W. Bush, che intanto torna alla ribalta per salvare la disastrosa campagna del fratello. I Cinque Stelle finiscono nel mirino del Pd: l’ombra della camorra sull’Amministrazione di Quarto.

Montgomery Burns nelle inedite vesti di Donald Trump
Montgomery Burns nelle inedite vesti di Donald Trump

Il problema coreano investe Pechino dai tempi di George W. Bush, che intanto torna alla ribalta per salvare la disastrosa campagna del fratello. I Cinque Stelle finiscono nel mirino del Pd: l’ombra della camorra sull’Amministrazione di Quarto.

Boombastic. Se non fosse potenzialmente drammatico, lo spettacolo sarebbe perfino ironico. Da un lato c’è un pericoloso dittatore che minaccia l’equilibrio mondiale e giura a destra e a manca di possedere la bomba a idrogeno; dall’altro siedono le potenze della comunità internazionale che, pur essendo pronte alla dura reprimenda in sede Onu, non lo prendono affatto sul serio. Ora, i profani possono solo fidarsi delle suggestioni offerte dagli analisti, delle impressioni degli esperti, ma se in generale un uomo autoritario – avvezzo alla violazione dei diritti umani, padre padrone di un paese martoriato da violenze e povertà – se un simile stratega decide di sfidare ogni superpotenza, dagli Usa alla Cina, senza curarsi delle conseguenze, forse è il caso di misurare la sua follia indipendentemente dall’arsenale di cui dispone, dando maggior peso o credibilità alla minaccia che questi rappresenta. In tal senso il problema è strettamente cinese, perché Pechino si era impegnata in prima linea per garantire l’equilibrio in quell’area, sin dai tempi in cui George W. Bush inseriva il sistema nordcoreano nell’asse del male. Gli Stati Uniti, da par loro, s’interfacciano con gli alleati regionali, Giappone e Corea del Sud, per studiare le contromosse.

Toh, chi si rivede. A proposito di George W. Voi non ci crederete, ma l’odiato capo dei neoconservatori, l’uomo che secondo le ricostruzioni sommarie della “stampa impegnata” trasformò la Casa Bianca in un covo di arpie bellicose, sembra essere il solo in grado di arrestare la corsa verso le presidenziali di Donald Trump. Sì, perché la campagna del fratello Jeb stenta a decollare (eufemismo per dire che va in rovina) e allora l’ultimo discepolo della dinastia potrebbe riporre le proprie speranze in un impegno diretto dell’ex comandante in capo. George W., a differenza del padre, gode ancora di una straordinaria popolarità all’interno del partito e se nel lungo termine una sua presa di posizione potrebbe danneggiare la maratona verso Washington del fratello, nel breve periodo – considerando le rilevazioni offerte dai diversi istituti demoscopici – Jeb potrebbe affidarsi alla buona stella del fratello per accaparrarsi i voti necessari a strappare la nomination.

Laccio da cappio o da rodeo? A bocce ferme è possibile fare un bilancio del rimpasto laburista? Corbyn ha vinto la sua personale battaglia? O ha ceduto terreno alle minoranze, confermando Benn alla fine della fiera? Politico indaga sullo stato di salute della sinistra d’oltremanica, evidenziando come il ridimensionamento delle aspettative dell’ala oltranzista possa essere salutato in realtà come una buona notizia dai corbyniani della prima ora: la corda lasciata dagli ex seguaci di Blair non è servita al capo per impiccarsi, ma per imbrigliare le ragioni dell’opposizione interna. Il Mario Capanna di Chippenham resta un leader debole nel paese, ma è meno debole all’interno di un movimento, quello laburista, costretto a rispecchiarne personalità e vedute. Ora, però, inizia il lavoro vero: dalla protesta alla proposta. E rispunta la litania della centralità del mondo sindacale…

E nun ce vonno sta. La divertente risposta dei socialisti spagnoli a Rajoy merita almeno una citazione. Innanzi ai tentativi di mediazione proposti dal premier uscente per instaurare una grossa coalizione con Popolari e Ciudadanos, il Psoe ha replicato seccamente: “no è no“. Una posizione politica forse discutibile, almeno se si considera l’instabilità in cui versa Madrid, ma dal sicuro impatto mediatico. Rajoy se ne dovrà pur fare una ragione.

E si ritorna a Roma. O meglio, a Quarto, in Campania, dove un imprenditore legato al clan camorrista dei Polverino – tal Alfonso Cesarano – è stato intercettato al telefono mentre dava indicazioni di voto in favore del candidato sindaco dei Cinque Stelle. Con Rosa Capuozzo, sosteneva Cesarano, mettiamo i nostri nei posti giusti, per cui anche le ottantenni vanno portate al seggio. Uno zelo civico di altri tempi. Il patto con gli ambienti criminali sarebbe stato stretto da Giovanni De Robbio, già espulso dal movimento di Grillo e Casaleggio (sai la novità…) quando sono trapelati i primi dettagli dell’inchiesta. Non è bastato. La polemica è divampata in men che non si dica, col Partito Democratico tutto proteso all’offensiva.

Il sindaco ha difeso la sua onorabilità, rivelando che le pressioni ricevute da De Robbio – autentici “ricatti” – non si sarebbero mai tramutate in “minacce” esplicite. Insomma, la situazione è abbastanza incasinata, ma se incedere nel giustizialismo con chi è avvezzo ad usare la forca appare semplice, più logico e corretto sarebbe aspettare con prudenza l’esito dell’inchiesta. Non lo scrivo a caso: di là dal dettato costituzionale e dall’impronta garantista, le indagini sono curate da Woodcock. Bisogna aggiungere altro?

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