Gerusalemme liberata?

Lo spostamento, solo annunciato, dell’ambasciata americana ha rimesso al centro del dibattito mondiale il conflitto irrisolto fra israeliani e palestinesi

Donald Trump è un pazzo che ha fatto saltare il tavolo di pace in Medioriente. Donald Trump è un genio che ha strappato il velo delle ipocrisie.

Ancora una volta il dibattito pubblico italiano si è caratterizzato per un’estrema polarizzazione. A far discutere è la decisione della Casa Bianca di spostare la propria ambasciata nella “vera” capitale d’Israele, Gerusalemme, una decisione che ha spiazzato i commentatori liberal e gli osservatori più prudenti.

Cerchiamo di fare chiarezza e di sgombrare il campo dai luoghi comuni.

1. Donald Trump non ha bloccato nessun negoziato fra israeliani e palestinesi per la semplice ragione che una mediazione in atto, fra le due parti, non c’è. Il “processo di pace” è interrotto da tempo immemore e non si vedono all’orizzonte nuovi sviluppi in quella direzione. Il Medioriente, di conseguenza, non diventerà “un nuovo teatro di guerra”. Anche perché Siria, Iraq e Yemen non stanno esattamente dalle parti di Honolulu.

2. Gerusalemme fu designata capitale di Israele nel 1980. Non ieri l’altro. E gli americani l’hanno riconosciuta capitale dello Stato ebraico nel 1995, con l’adozione da parte del Congresso del Jerusalem Embassy Act .

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3. Nella regione è in atto una ridefinizione dei rapporti fra potenze che vede protagoniste l’Iran e l’Arabia Saudita. Nello scontro fra sciiti e sunniti, Israele si era avvicinata a Riad. Ora questa embrionale intesa rischia di essere travolta dalla decisione Usa: il fronte islamico deve ricompattarsi, almeno formalmente, pena la perdita di credibilità dei vari leader presso l’umma (la comunità dei fedeli). Non a caso, nelle ultime ore, è tornato alla carica il presidente turco Erdogan, che punta a un ruolo geopolitico di primo piano col beneplacito di Mosca.

4. Questo vuol dire che ci sarà una terza intifada, magari sponsorizzata dai turchi? Difficile, se non impossibile. La Palestina è divisa e poco propensa a versare l’ennesimo tributo di sangue. Si può essere ottimisti allora? Beh, alcuni osservatori sostengono che Trump abbia ottenuto una linea di credito con Israele e che adesso possa pretendere uno sforzo di pace da Benjamin Netanyahu. È un’obiezione che, a mio avviso, non regge: sull’altare del futuro negoziato lo Studio Ovale ha rinunciato a un’arma contrattuale, giocando d’anticipo. E la fretta, in politica, non è mai una buona consigliera. Ora bisogna trovare un compromesso per porre fine alle violenze di Hamas e Fatah, ricorrendo non si sa bene a quali promesse per l’immediato futuro.

Insomma, non è la fine del mondo, ma neanche un nuovo inizio.

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