Perché c’è stato un golpe in Turchia

Il colpo di Stato ad Ankara e a Istanbul ha scosso il paese nelle fondamenta: Erdogan ha vinto il braccio di ferro con i militari rei di “alto tradimento”, ma la partita non è ancora finita

In Turchia, nei tredici anni di potere dell’Akp, i femminicidi sono aumentati del 1400%, eppure il presidente eletto non ha mai ritenuto questa crescita impetuosa un dato preoccupante. Erdogan ha parlato alle donne e delle donne, ma l’ha fatto per censurare l’aborto, per invitare “l’altra metà del cielo” a riscoprire la propria funzione complementare, quella di angelo del focolare.

In Turchia, nei tredici anni di potere dell’Akp, la stampa libera ha subito un giro di vite evidente: di là dai numerosi cronisti arrestati dalle forze dell’ordine con la stupida accusa di aver cospirato contro l’Esecutivo, il trattamento riservato a chi invocava la libertà d’espressione è stato degno delle peggiori satrapie e la sistematica violazione dei diritti individuali dei giornalisti ha rivelato il tentativo del Governo di confrontarsi non con una stampa autorevole, ma con un’informazione totalmente asservita.

In Turchia, nei tredici anni di potere dell’Akp, i curdi sono stati presi di mira a fasi alterne e le loro fortune elettorali, con la costante affermazione dell’HDP, sono state vanificate dall’uso spregiudicato delle manette, mentre il sud-est del paese è tornato a essere una zona di guerra dove le esplosioni e le retate sono all’ordine del giorno.

In Turchia, nei tredici anni di potere dell’Akp, la serietà internazionale è diventata una chimera: dall’originaria politica di apertura agli Stati confinanti, si è passati a un neo-ottomanismo aggressivo, per poi tornare al basso profilo. Ankara nei giorni pari trattava con le potenze occidentali per favorire la stabilità della regione mediorientale; in quelli dispari si mostrava riottosa a qualsiasi intesa, rivendicando una leadership sul mondo musulmano che affondava le radici nell’esperienza della Sublime Porta.

Erdogan, secondo le convenienze del momento, ha interrotto e riallacciato i legami con Israele (vedi la storia della Mavi Marmara), con la Russia (basti pensare all’aereo abbattuto e alle tardive scuse pervenute al Cremlino per ricomporre l’incidente diplomatico), con la Germania (il nodo migranti) e perfino con la Nato. I rapporti intessuti con Al Nusra e con le milizie del Califfato sono stati ripetutamente denunciati a mezzo stampa, ma chi ha mostrato le foto delle armi in viaggio verso il territorio controllato da Al Baghdadi è stato inesorabilmente trasferito in carcere.

Il presidente turco interviene sulla Cnn contro il golpe dei militari utilizzando Facetime
Il presidente turco interviene sulla Cnn contro il golpe dei militari utilizzando Facetime

Questa è, allo stato attuale, la cartina di tornasole del paese, quella che ha spinto un’ala dell’Esercito a tentare il putsch. Il fatto che esso sia fallito non comporta una piena restaurazione dell’Akp, con buona pace delle immagini di festa raccolte dalle telecamere della tv di Stato presso l’aeroporto di Istanbul. Analizzare il quadro ignorando quanto avvenuto sarebbe da sprovveduti: i militari hanno dovuto rinunciare alle proprie ambizioni per il mancato riconoscimento di Washington e Mosca, non per l’offensiva dei civili. Fino a quel momento la solida reazione delle forze dell’ordine, che stamane trova ampio spazio sulla stampa italiana, era stata inconsistente.

La Turchia resta divisa a metà fra chi teme le moschee e chi teme le caserme. La nottata burrascosa potrebbe essere soltanto l’incipit di un nuovo corso. E duecento morti sul selciato non sono un buon inizio.

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7 risposte a “Perché c’è stato un golpe in Turchia”

  1. L’ultima immagine del post è destinata ad entrare nei libri di Storia, perché dimostra l’immenso potere della tecnologia. Senza la possibilità di fare una videochiamata Erdogan non avrebbe avuto alcun modo di aizzare tempestivamente la popolazione contro i golpisti, e quindi si sarebbe creato un pericoloso precedente per le democrazie occidentali (a prescindere dalle valutazioni sull’operato del premier turco). Sei d’accordo?

    1. Sono d’accordo sul fatto che sia emblematica: Erdogan ha potuto aggirare i vincoli alla tv di Stato e comunicare direttamente con la sua base, aizzando gli animi contro i militari. Se essa sia stata o meno decisiva, francamente è difficile dirlo. Personalmente ritengo che se Washington avesse riconosciuto la legittimità del colpo di mano, dando via libera ai golpisti, probabilmente ci saremmo ricordati di Erdogan in quel modo. Una sorta di addio social.

      P.S. Qui il link per chi non avesse visto

      1. Washington non avrebbe mai fatto comunella con i golpisti: l’attaccamento alla democrazia è troppo radicato nell’animo degli americani. Non sono uno dei tanti italiani che sputa continuamente sulla propria nazione, ma in questo noi dovremmo decisamente imparare da loro… colgo l’occasione per consigliarti questo splendido film, che riflette in modo magistrale sul mondo della politica e sulle sue storture: https://wwayne.wordpress.com/2014/01/08/il-fine-giustifica-i-mezzi/. Grazie per la risposta! 🙂

        1. Non sono un anti-americano a buon mercato, ma più volte in passato gli Usa hanno sostenuto governi militari per i propri interessi strategici. L’esempio più eclatante è quello del Cile di Pinochet, ma anche la Turchia ha avuto analoghe esperienze. Stavolta, evidentemente, i militari si sono mossi troppo presto o sono stati abbandonati al loro destino in corso d’opera: non hanno tenuto in considerazione il mutato assetto multipolare delle relazioni. Il tentato golpe è arrivato a margine dell’incontro fra la diplomazia russa e quella a stelle e strisce: l’Esercito potrebbe aver mal interpretato i segnali che sono arrivati dal colloquio fra le due super-potenze. Mi risulta difficile immaginare che un golpe possa essere realizzato da un apparato dello Stato senza previo confronto con le cancellerie dei paesi alleati…
          P.S. Grazie a te, della dritta e dello scambio 😉

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