Fuori dal pantano

La Grecia è pronta a chiudere i conti con la troika: il Parlamento voterà le ultime riforme prima d’incassare la tranche conclusiva dei finanziamenti

Non se n’è parlato tanto, ma lunedì l’Eurogruppo ha concesso il proprio benestare alle riforme approvate dalla Grecia. Se tutto dovesse andare secondo previsioni, il 22 gennaio l’Esecutivo Tsipras potrebbe incassare gli ultimi assegni prima di archiviare la tutela della troika.

Il premier greco si è dimostrato un giocatore spregiudicato, capace di alzare i toni dello scontro elettorale salvo poi sbugiardare l’ala più intransigente del suo partito, Syriza, trovando una mediazione in sede comunitaria. Tsipras ha strappato e ritessuto rapporti diplomatici, liquidato vecchi alleati (come Yanis Varoufakis) e persuaso nuovi partner (la Cina, affamata di asset). Ha, cioè, alternato sacrifici e concessioni seguendo un rigoroso piano di rientro.

In tempi in cui soffiano forte i venti populisti, sapere che nel cuore del Mediterraneo qualcuno ha incanalato le proteste sociali in un progetto serio dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo all’opinione pubblica internazionale, fosse solo per aver scampato la minaccia di un’Alba Dorata. Due anni fa nessuno, neppure chi scrive, avrebbe potuto immaginare un simile scenario.

E un plauso andrebbe fatto ai vituperati eurocrati: nel secolo scorso per questioni di debiti e bilanci si muovevano i panzer. Stavolta no. L’euro è stato salvato con uno sforzo economico congiunto da 558 miliardi, 58 dei quali concessi dall’Italia. A buon rendere.

Su come raccontiamo l’Europa, invece, c’è ancora molto lavoro da fare. La presidenza dell’Eurogruppo, con la candidatura – soltanto ventilata – di Pier Carlo Padoan, ha scaldato i cuori degli analisti politici, dei retroscenisti della carta stampata, senza aggiungere alcunché al dibattito sul futuro dell’Unione.

Finché concepiamo l’UE come una maestra bacchettona, pronta a indagare i nostri conti pubblici con la dovizia di un Azzeccagarbugli, il clima da okkupazione resterà strisciante. Anche perché l’italiano è sì conservatore, ma con pulsioni anarchiche.

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