Né diavolo né santo: Gülen e le accuse a suo carico

Qualsiasi malefatta avvenuta nell’ultimo decennio è ormai addebitata al predicatore e ai suoi sodali: la storia recente della Turchia viene riscritta in chiave anti-golpe. Eppure Gülen doveva aspettarselo…

Capro espiatorio. Per il governo turco Fethullah Gülen è ormai a tutti gli effetti il nemico pubblico numero uno, indipendentemente dal suo coinvolgimento o meno nel fallito golpe del 15 luglio. La mole di accuse rovesciate quotidianamente sul predicatore residente in Pennsylvania sfiora il grottesco. L’ultima, in ordine di tempo, concerne l’omicidio di Hrant Dink.

Il 19 gennaio del 2007 lo scrittore e giornalista di origine armena fu assassinato a Istanbul, nel quartiere di Osmanbey, a pochi passi dalla redazione del quotidiano presso cui lavorava. Per la testata Agos, di cui era stato fondatore dopo l’esperienza a Zaman e a Birgun, Dink aveva curato un minuzioso dossier sul genocidio armeno, perpetrato dai turchi fra il 1890 e il 1917. Un reportage che aveva fatto discutere l’opinione pubblica e aveva innescato una serie di polemiche nel dibattito politico. A suo carico fu aperto un procedimento penale per vilipendio all’identità nazionale e Dink fu condannato a sei mesi di reclusione per aver dato voce agli eredi di una minoranza schiacciata a suo tempo dall’Impero Ottomano.

La campagna d’odio che si aprì nei suoi confronti, però, non scemò i toni dopo la sentenza. Per questa ragione, a dispetto del cordoglio espresso da più parti, i tre colpi di pistola con cui venne freddato non suscitarono stupore nella penisola anatolica.

A premere il grilletto, secondo quanto accertato dalla magistratura, fu il minorenne Ogün Samast, condannato per omicidio premeditato a ventidue anni di reclusione. Nel corso del dibattimento furono affrontate anche le responsabilità politiche del caso: Dink, infatti, aveva più volte sporto denuncia contro ignoti per aver ricevuto minacce di morte, ma il Ministero dell’Interno – condannato in seguito dalla Decima Corte Amministrativa di Istanbul per il mancato intervento – decise di non dare peso alle preoccupazioni del cronista.

A quasi dieci anni di distanza, un ex ufficiale della gendarmeria – Yusuf Bozca – ha addebitato le responsabilità dell’atto all’organizzazione retta da Gülen. L’assassinio sarebbe stato studiato dai militari coinvolti nel golpe per gettare il paese nel caos. Sulle ragioni che avrebbero spinto gli stessi ad assassinare proprio Dink, e sul perché quest’accusa arrivi soltanto adesso, Bozca non ha fatto chiarezza. Ha solo additato i teorici mandanti, denunziando il loro coinvolgimento.

Non è tutto: sempre nella giornata di ieri, infatti, l’ex ambasciatore turco in Somalia e oggi parlamentare dell’Akp Cemalettin Kani Torun ha accusato Gülen di perseguire una strategia destabilizzante nell’Africa centro-settentrionale. Rivolgendosi ai ceti più elevati, ai burocrati e ai politici locali, il predicatore avrebbe creato una rete parallela in grado di tenere in scacco l’intero continente nero e di osteggiare, in tal modo, le iniziative commerciali di Ankara coi propri partner internazionali.

Se a ciò aggiungiamo la presunta responsabilità di Gülen nella strage di Uludere del 2011, quando trentaquattro curdi furono uccisi “per errore operativo” durante un attacco aereo essendo scambiati per militanti del Pkk, il quadro che ne emerge è a dir poco a tinte fosche. E’ evidente il clima da caccia all’uomo, anche perché di là dal peso delle accuse, quasi mai esse sono supportate da prove inoppugnabili.

Malgrado l’agiografia che i media italiani stanno tracciando ininterrottamente da giorni, Fethullah Gülen non può essere sorpreso del trattamento ricevuto. Non tanto perché essendo stato alleato di Erdogan egli poteva avere contezza di quale tipo di rappresaglia il presidente avrebbe organizzato, quanto per il fatto che in passato – quando il sodalizio fra i due era ben lungi dall’essere messo in discussione – lo stesso predicatore aveva adottato comportamenti analoghi.

L’occupazione dei gangli del potere nella macchina burocratica e amministrativa non è un’invenzione dell’Akp: nel corso degli anni Gülen ha effettivamente inserito i propri uomini in alcuni posti-chiave. E lo ha fatto col tacito consenso di Erdogan: mentre il leader arringava le folle e conquistava i banchi del governo, il capo religioso doveva plasmare il corpo dello Stato a immagine e somiglianza del nuovo corso politico, ispirato a una riscoperta dell’islam. Poi qualcosa si è rotto e l’equilibrio fra i due è saltato, creando uno strappo che Erdogan teme possa diventare una diarchia.

Il motivo per cui il governo aveva le liste di proscrizione pronte è quindi semplice: l’Esecutivo sapeva a perfezione quanti e quali fossero i seguaci di Gülen perché, almeno in passato, la penetrazione nell’apparato centrale era stata concordata dalle due fazioni. Dopodiché, a golpe sventato, Erdogan ha pigiato il piede sull’acceleratore. Come rivelato da Foreign Affairs, appena l’1,5% dei militari turchi sarebbe vicino a Hizmet, il movimento guidato dal predicatore: tanto basta per arrestarne quasi il 50%?

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