Turchia, parla Gülen: nessun complotto, io un alfiere della democrazia

Il predicatore religioso, accusato di aver organizzato il golpe di luglio, attacca Erdogan: è lui il vero pericolo

La Feto non esiste, è un’invenzione del governo di Ankara per esercitare con arbitrio i poteri speciali: Fethullah Gülen, dal suo “esilio” in Pennsylvania, non lo dice a chiare lettere, ma lo lascia intuire a Nahal Toosi di Politico, autrice di una pregevole intervista pubblicata dal quotidiano online lo scorso venerdì. Il fondatore dello “Stato parallelo” che, secondo gli uomini della sicurezza turca, avrebbe tramato nell’ombra per rovesciare l’Esecutivo, ha rispedito ai mittenti – ancora una volta – le “infamanti accuse”.

I gülenisti nell’Esercito

Gülen non ha negato di essere il leader spirituale di Hizmet, il movimento religioso che s’ispira ai suoi sermoni, ma ha delineato la natura liberale alla base dello stesso: “il mio insegnamento è sempre stato quello di agire nell’ambito della legge e nel rispetto dell’etica” ha affermato il predicatore, condannando i militari accusati di “disobbedienza nei confronti dei legittimi ordini emanati dai propri superiori”. Essi hanno tradito il paese, spiega Gülen, meritando di essere indagati e se è il caso condannati in tribunale.

golpe turkey
L’occupazione di un ponte sul Bosforo durante il tentato golpe in Turchia

Nella Turchia contemporanea, quella che ha superato la fase embrionale della forzata laicità, secondo il religioso convivono nell’Esercito esponenti di culture e formazioni diverse: dai kemalisti ai liberal, dai neo-nazionalisti ai maoisti. Il rischio vero non sarebbe, pertanto, quello di trovare un sostenitore dell’Hizmet in divisa, quanto la pretesa di uniformare una simile pluralità di visioni.

L’impressione di Gülen è che al culto della personalità di Atatürk si stia progressivamente sostituendo quello della fedeltà a Erdogan, con tutto ciò che ne consegue. “Accusare qualcuno di avere un obiettivo terribile senza prove è una calunnia” spiega il religioso indignato per le offese ricevute negli ultimi due mesi. Ma “se le persone hanno paura di rivelare la loro identità per paura di rappresaglie, il problema è il regime, non loro”.

L’impegno per la democrazia

Gülen ritiene la democrazia un regime irreversibile, in qualunque parte essa sia attecchita. Per questa ragione, sostiene con forza, “non si troverà mai un singolo elemento di prova che possa dimostrare un mio sostegno a qualunque altra forma di governo”. La stessa cosa non si può dire di Erdogan, artefice di una politica repressiva ispirata alla messa al bando delle opposizioni.

Il frutto del peccato, secondo il predicatore, è la mancata adozione della riforma costituzionale in senso presidenziale. La frustrazione del leader dell’Akp ha fagocitato il buonsenso della classe dirigente del paese, aprendo gli spazi a una violenta caccia alle streghe. I costi di questa indiscriminata operazione, a giudizio del religioso, sono sotto gli occhi di tutti: i rapporti con gli Usa sono ai minimi termini e il paese ha perso terreno sul piano della stabilità e della produttività. Del resto, in una nazione in cui la confisca dei beni avviene sulla base dei criteri elastici dell’opportunità politica come sarebbe potuto accadere il contrario?

Gülen a Obama: non fuggirò da un’eventuale estradizione

Quanto al dissidio fra Washington e Ankara in merito al suo caso giudiziario, Gülen precisa di non nutrire preoccupazioni personali. Di là dalla fiducia posta nel sistema democratico statunitense, il leader religioso non ha alcuna intenzione di fuggire al rimpatrio forzato, qualora la giustizia americana considerasse legittima la richiesta di estradizione. “Non sono preoccupato per me, ma per l’insistenza del presidente Erdogan che compromette i rapporti della Turchia con gli Stati Uniti e con la NATO”.


Secondo il religioso l’Akp, soffiando sul fuoco delle tensioni diplomatiche, rischia di compromettere una partnership fondamentale per il futuro del paese. Erdogan, che la base di Hizmet ha sostenuto quando si batteva contro la corruzione e per l’adesione all’Unione Europea, dal 2011 ha tentato ripetutamente di trasformare la repubblica turca in un sultanato, costruendo – mattone su mattone – un sistema istituzionale privo dei pesi e contrappesi necessari al ragionevole esercizio del potere. Se Hizmet avesse sposato questa causa, precisa Gülen, oggi come forza lealista avrebbe potuto incassare ricchi benefici. Ma la politica non sempre segue la regola dell’incasso facile: “questo potrebbe essere chiamato il prezzo dell’indipendenza. Si tratta di un prezzo davvero pesante, ma non ho rimpianti e credo che nessuno dei miei amici ne abbia”.

Anche sulla gestione delle tensioni siriane, e sul conflitto interno col Pkk, Gülen nutre riserve circa la strategia adottata dal Governo: le sofferenze dei civili rischiano, a suo avviso, di aumentare esponenzialmente a causa delle ambizioni del presidente, smanioso di essere raffigurato come eroe nazionale. Da qui l’appello a Dio, perché infonda prudenza in Erdogan, e l’auspicio che la Casa Bianca abbia, all’interno dello Studio Ovale, un entourage in grado di capire come tener viva l’alleanza con la Turchia, scongiurando al contempo l’avvento di un sistema autoritario.

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