Il silenzio su Ramadi: se “i nostri” vincono, non fanno notizia

Un militare dell'esercito regolare iracheno in lotta a Ramadi
Un militare dell’esercito regolare iracheno in lotta a Ramadi

Hanno detto che la guerra non sarebbe servita a nulla, che in Iraq come in Siria la sola mediazione diplomatica sarebbe bastata. Hanno apprezzato la linea di condotta tenuta da Barack Obama durante i suoi mandati, quella volontà di non compromettere ulteriormente il governo americano sullo scacchiere mediorientale, lasciando agli attori regionali il compito di regolare le proprie magagne. Così il Califfo ha preso il controllo del territorio: l’Europa, che disprezzava l’unilateralismo statunitense e la politica del first strike, è stata martoriata dagli attentati dell’Isis e tutti ci siamo scoperti meno sicuri.

Adesso i profeti del politicamente corretto, i cultori del disimpegno come costante modus operandi, tacciono. Tacciono di fronte alla presa di Ramadi, alla ritirata dell’Isis con la coda fra le gambe. La cittadina sunnita che dista appena 90 chilometri da Baghdad era caduta nelle mani dei fondamentalisti lo scorso 17 maggio, quando l’esercito regolare aveva issato bandiera bianca fuggendo davanti all’avanzata delle milizie nere. Ora i ruoli si sono ribaltati: sacche di resistenza potrebbero tornare a farsi sentire nelle prossime ore – ha ammesso  Muhannad Haimour, portavoce del governatore della provincia – ma al netto di questo rischio è stata l’Isis, stavolta, a collezionare una sconfitta imbarazzante.

Il presidente dei giudici di Khalidia, ad est di Ramadi, Ali Dawd, ha riferito che prima di fuggire i miliziani islamici hanno costretto gli abitanti della zona su cui si erge il complesso governativo a seguirli verso al Sajariya e al Sufiya, sobborghi che si affacciano sulla Valle dell’Eufrate, per fare da “scudi umani” ai terroristi durante la fuga. E’ questo il livello di organizzazione e di efficienza degli avversari contro cui l’Occidente esita ancora a intervenire. Al netto delle azioni da fanteria leggera imbastite in Francia, è disarmante vedere il pressapochismo organizzativo sotto tensione. E nessuno, ripeto nessuno, fra i Soloni del pacifismo a oltranza ha voluto incedere – anche solo per un momento – nell’autocritica.

La conquista di Ramadi dimostra che gli errori, gravi, compiuti dal blocco atlantico si sono consumati nella gestione dell’equilibrio post-conflittuale, laddove le dinamiche di contrasto fra sunniti e sciiti sono state ampiamente sottovalutate. Nel vuoto creato dall’Occidente, in quella zona d’ombra non presidiata, si è insediata l’Isis, che ha potuto sviluppare dei traffici economici di notevole entità, accreditandosi come un pericolo riconosciuto su scala planetaria in virtù dello zelo fideistico di qualche spostato in giro per l’UE.

E’ un errore che ciclicamente la Nato intera ripete: anche in Siria, laddove Vecchio e Nuovo Continente hanno tirato i remi in barca, si è consentito a Vladimir Putin di rispolverare il vecchio imperialismo sovietico, accreditandosi come nuovo attore destinato a decidere a tavolino le sorti del conflitto. Consentendogli d’interpretare questo ruolo si è implicitamente riconosciuto al Cremlino il diritto di dire la propria sulle altre contese negli Stati limitrofi, senza contare il fuoco incrociato con la Turchia che ha creato più di un grattacapo al Dipartimento di Stato. Eppure è un principio logico: se lascio un territorio in balia delle opposte fazioni, prima o dopo un nuovo soggetto mi sostituirà, vantando diritti su quella realtà.

Tornando all’Isis si registra, malauguratamente, la rappresaglia nei confronti di Naji Jerf: il 38enne regista che aveva documentato le atrocità del Califfo nella guerra in corso è stato ucciso a Gaziantep, in una città turca al confine con la Siria. Freddato con un colpo in testa, Jerf avrebbe dovuto partire per Parigi con l’arrivo del nuovo anno, laddove avrebbe potuto ricominciare la sua vita con lo status di rifugiato. Lui non ce l’ha fatta, eppure l’epilogo dell’anno è assai meno lugubre di quanto fosse lecito aspettarsi.

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