Innocenti evasioni: Weinstein & c.

Dall’indignazione popolare al “che palle, quanto vi lamentate” è trascorso davvero poco tempo. Ammettiamolo: le molestie non ci appassionano

Come barche in balìa del mare in tempesta, scorriamo i titoli dei giornali o scrolliamo le pagine dei social sull’onda lunga della nostra emotività. 

Il caso Weinstein ha suscitato indignazione, orrore, e quel “puttanaio” di Hollywood è sembrato d’un tratto teatro di violenza, crudeltà e perversione. L’immaginario collettivo dei festini, della promiscuità prestata alla carriera, quindi libera e volontaria, è stato scosso da una parola forte: stupro. Una parola che troppo spesso viene ignorata nel dibattito pubblico.

A furia di evocare l’orco, però, il mostro diventa meno cattivo e più reale. Così quando Kevin Spacey, il volto truce di Frank Underwood, ha ammesso di aver molestato un uomo in passato, la notizia non è stata l’atto di violenza perpetrato ai danni di un povero disgraziato, ma l’omosessualità dichiarata dall’attore americano. Scoop: il coming out.

Da lì all’oblio il passo è breve: Dustin Hoffman avrebbe palpato una donna vent’anni fa? E che sarà mai? Non possiamo mica star qui ad evocare ogni torto subito. È capitato, stacce.

Nell’arco di poche settimane le vittime sono tornate sul banco degli imputati, accusate di ricercare un quarto d’ora di notorietà, quasi che le molestie fossero voci di curriculum.

Il culo toccato a una diciassettenne, il clitoride alla coque, tutto è rientrato nei canoni di una perversa normalità, un’osteria godereccia piena di birichini e mascalzoni. Eppure, qualche tempo fa, l’opinione pubblica internazionale si mobilitò contro l’attuale presidente degli Stati Uniti: quando Donald Trump, nel privato di una conversazione a due, affermò che alle donne piace essere prese per la fica dalle persone famose fu un profluvio di ingiurie e di deplorazioni.

In poche settimane è cambiato tutto: siamo passati dalla solidarietà ad Asia Argento al “siamo tutti Donald Trump”. Un’alzata di spalle e via.

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