Le bombe su Raqqa e il tabù della matrice islamica

Militanti dell'Isis sfilano in strada
Militanti dell’Isis sfilano in strada

L’ho scritto e ripetuto con forza, più volte nel corso del recente passato: prescindere dall’elemento religioso nelle valutazioni sulla guerra in corso contro l’Isis non è semplicemente fuorviante, è stupido. L’Islam, piaccia o meno, gioca un ruolo decisivo in questa contesa, e se è offensivo e strumentale sostenere che tutti i mussulmani siano terroristi, è altresì fazioso e demenziale ritenere che il messaggio di fede sia decorativo, un fattore di secondaria importanza. Smettiamola con questa lettura forzatamente para-marxista degli eventi: l’economia spiega molto, ma non spiega tutto, specie se il confronto è con altre culture e altre civiltà. Non c’è bisogno di scomodare i filosofi dello spirito per spiegare questo assunto.

Giuliano Ferrara sul Foglio l’ha messa aulica, ma ha centrato il bersaglio:

So che l’arma più formidabile nelle mani del mio nemico, che so amare e comprendere come nemico secondo il precetto del vangelo integrato dalla filosofia politica del Cinquecento, è il suo credo, non il suo kalash“.

Le flebili voci di protesta dei mussulmani d’Occidente si sono levate finora solo in presenza di efferati eccidi, ma sul fatto che l’Islam sia permeabile al terrorismo o alla vocazione jihadista, su questo punto nessuno ha voluto aprire una riflessione. Non l’hanno fatto i membri dell’Umma, per carità, e non lo stanno facendo neppure i laici secolarizzati, quelli che si concentrano con minuziosa dovizia sullo scontro, molto teorico, fra Curia e Papa. Retroscenisti da sacrestia.

Ora, se vogliamo proteggere i mussulmani moderati, dobbiamo consentirgli di esprimere pienamente i loro giudizi, almeno all’interno dei nostri confini. Lo abbiamo fatto a suo tempo coi dissidenti sovietici, non si capisce perché non lo dovremmo fare adesso che siamo di fronte ad un nemico sulla carta meno minaccioso, ma sicuramente più difficile da contrastare per la sua natura tentacolare.

Un’osservazione, questa, che evidentemente anima sull’altra sponda dell’Oceano Atlantico Shadi Hamid, il quale sul Washington Post ha scritto:

Spesso la religione funziona allo scopo: ispira alcuni adepti ad agire, a morire – o a uccidere, nel caso dell’ISIS – per una causa, o ancora influisce su decisioni strategiche di battaglia. Negare tutto questo non serve a combattere l’islamofobia, dato che per chi non è molto pratico di queste questioni l’affermazione che ISIS e Islam non abbiano alcun legame suona assurda e fuori dalla realtà. Invece dovremmo aprire un dibattito – neutrale e informato – su quale ruolo abbiano le motivazioni politiche e religiose nella costruzione di un fenomeno come quello dell’ISIS o di altri movimenti influenzati in senso religioso. È difficile fare una discussione di questo tipo se la premessa iniziale è lasciare fuori dalla discussione la religione“.

Dopodiché se autocritica dev’essere sul nostro versante, autocritica sia, purché seria e rigorosa.

Non ha senso rimproverarci che nell’era mesozoica abbiamo flirtato coi nemici dei nostri nemici, perché all’epoca il quadro internazionale era diverso e ignorare il peso delle forze dislocate in campo rende miope e poco oggettiva qualsiasi lettura regionale.

Arma in dotazione alle milizie del Califfo
Arma in dotazione alle milizie del Califfo

In Siria abbiamo cercato disperatamente una corrente mussulmana anti-Assad e anti-Isis. Perfino il Congresso statunitense ha deliberato in tale direzione, autorizzando il finanziamento dei ribelli ostili all’integralismo. I risultati sono stati decisamente magri e alla prova dei fatti la dottrina Putin, riassumibile con lo slogan “contro il Califfo ci affidiamo ad Assad”, sembra aver prevalso. Obama, dimostrando di essere sempre più tattico e sempre meno stratega, ha dovuto riconoscerlo a denti stretti, concedendo al presidente russo l’etichetta di “partner costruttivo“. Il che non muta di una virgola lo scenario caotico all’ombra di Damasco:

Rompicapo: la Francia è contro Assad e bombarda l’Isis a fianco della Russia, che sostiene Assad. La Russia bombarda l’Isis ma soprattutto gli oppositori di Assad. Gli sciiti aiutano Assad e combattono l’Isis. I sunniti combattono Assad e aiutano l’Isis. Fra i sunniti che aiutano l’Isis ci sono i turchi e i sauditi, ossia un Paese della Nato e un alleato storico degli americani. La Francia bombarda l’Isis, ma vende armi e reattori nucleari ai sauditi e si è opposta all’accordo con l’Iran, che combatte l’Isis e sostiene Assad. Gettate i dati e ripassate dal via“.

A questo punto che fare? E’ la domanda clou che tutti gli analisti affrontano, ciascuno fornendo il proprio contributo. L’impressione di chi scrive, per quel che vale, è che la volontà di supportare o smantellare l’ipotesi bellica stia facendo premio sulla valutazione  serena dei fatti.

Per stanare i jihadisti serve la presenza di militari sul campo in Siria? Verosimilmente sì. Un’offensiva congiunta a Raqqa costringerebbe gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi a ripiegare sul proprio territorio, difendendo gli avamposti che hanno conquistato nel tempo e che tengono a fatica, a dispetto della propaganda venduta sui giornali patinati.

Se l’operazione militare è indispensabile però, essa non risolve ipso facto il problema: bisogna potenziare l’intelligence (un leitmotiv che sta diventando noioso, quasi come la lotta all’evasione), bisogna tracciare i movimenti di denaro per capire ove siano gli approvvigionamenti finanziari dei soggetti coinvolti, conferire maggiori fondi alle forze di sicurezza e avviare delle operazioni-trasparenza all’interno delle moschee. Questo può voler dire imporre l’italiano nei sermoni o infiltrare uomini dei servizi per verificare chi ha pulsioni fondamentaliste, chi sa e non denuncia, chi orchestra le eventuali fughe dei latitanti ricercati. Si tratta di operazioni sporche? Sì, ma è il dazio da pagare per avere un briciolo di sicurezza. Di certo le sparatorie in pieno centro non lasceranno i nostri abiti bianchi e lindi.

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