Il baratto fra biotestamento e ius soli: storia di una cazzata

In politica contano i numeri. E tra Montecitorio e Palazzo Madama non c’è una maggioranza disposta a votare lo ius soli

Alfano e Gentiloni

La polemica sulla calendarizzazione dello ius soli in Senato rende bene l’idea del dibattito surreale in Transatlantico. Un dibattito che ha già travolto stampa, talk show, trasmissioni radiofoniche e perfino programmi di costume. Un dibattito che ha indotto l’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ad archiviare il progetto del “Campo progressista”.

Non ne faccio una questione di merito: il provvedimento ha polarizzato lo scontro, com’era ampiamente prevedibile vista l’imminente campagna elettorale. Ne faccio una questione di metodo.

La favola del baratto

La narrazione dei media si è concentrata sul compromesso siglato fra le forze della maggioranza. Per farla breve, sul biotestamento il Parlamento andrà avanti in maniera spedita, bypassando i quattordicimila emendamenti promessi dalla Lega; sulla sorte degli italiani di seconda generazione, invece, bisognerà aspettare il prossimo giro, la convocazione delle nuove Camere e la formazione di un Esecutivo stabile.

Ora, se questa fosse una scelta ideologica, potremmo discutere le priorità dell’azione governativa, le ragioni che hanno portato la sinistra ad abbandonare la via dell’inclusione per mera realpolitik. Potremmo parlare del Pd, della sua mappa valoriale, del pantheon dei padri fondatori, del renzismo e di altre amenità. Il punto, però, è che allo stato attuale i valori contano zero.

L’Aula divisa

La politica si fa con il pallottoliere, un principio che nella storia repubblicana è sfuggito solo alla buon’anima di Mino Martinazzoli, ultimo segretario della Dc, costretto a remare da solo in mezzo ai marosi di Tangentopoli. Abituiamoci a ragionare in maniera pragmatica, perché l’avvento del proporzionale porterà a continue mediazioni, all’adozione d’intese a ribasso che avranno un solo tratto peculiare: fare incazzare tutti.

In Parlamento, già oggi, c’è una bizzarra maggioranza che va da Alfano e Verdini a Migliore e Zanda. Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e l’azionista di riferimento dell’Esecutivo, Matteo Renzi, non hanno i numeri per introdurre lo ius soli in questo scorcio di legislatura. Il secondo, verosimilmente, non ha neppure la volontà d’introdurre un tema del genere in campagna elettorale, perché parlare di diritti dei migranti – fossero anche figli di migranti, nati in Italia e cresciuti a pane e Maria De Filippi – non porta voti.

La crisi che nel 2008 investì questo paese è superata soltanto sulla carta: finché il potere d’acquisto non crescerà, e finché parallelamente non diminuirà la disoccupazione, sarà difficile uscire dal rancore denunciato dal Censis.

Chi si oppone

In Parlamento Forza Italia è contraria allo ius soli, per convinzione o per necessità – data l’alleanza con Salvini – poco cambia; i centristi non sono persuasi dal provvedimento; e il Movimento 5 Stelle ha adottato una posizione pilatesca (“decida l’Europa”, quella stessa Europa che viene accusata di essere sin troppo invasiva e che sul tema riconosce agli Stati piena sovranità, limitandosi a ratificare con la cittadinanza comunitaria le decisioni degli Stati membri).

Forzare i lavori in Aula per “fare un tentativo” vuol dire adottare una scelta screanzata: imporre un tema in agenda può togliere spazio a un altro tema, magari con maggiori chance.

Il baratto sull’altare dei diritti non c’è. C’è, ad oggi, la mediazione politica, un processo civile in un paese ormai abituato a presentare le convergenze come “inciuci”.

Rispondi