Kerry si ricorda della Siria, Varoufakis sembra Pomicino e Renzi mette i tacchi a spillo

Sergey Lavrov e John Kerry

La diplomazia delle statue. Sul guazzabuglio siriano la Russia ha una linea: Putin sta con Assad, giusto o sbagliato che sia. Il perché è presto detto: non puoi muovere guerra all’Isis se non valuti il contesto regionale. Chi può frenare, al momento, l’offensiva del Califfo è il vecchio satrapo di Damasco, con cui i rapporti sono umanamente eccellenti. Siccome per il Cremlino i diritti umani restano una bazzecola secondaria, materiale buono per la propaganda hollywoodiana o per il Palazzo di Vetro, Mosca difende l’ex rais a spada tratta. Washington, di contro, non ha una strategia definita: l’avanzata dell’Isis è arrivata in concomitanza col ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Dopo aver rovesciato il regime di Saddam, il Dipartimento di Stato non ha ripristinato ordine e sicurezza in quella martoriata terra, rifuggendo le proprie responsabilità e innescando un pericoloso effetto domino che si è esteso alla Siria. La pressione dell’opinione pubblica e un dannato Nobel consegnato a Oslo hanno fatto il resto: l’America è rimasta a guardare. Eppure, dalla Casa Bianca, si continuano a dispensare consigli e direttive, a dispetto del lassismo internazionale praticato. John Kerry ha manifestato il proprio scetticismo al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov: il coinvolgimento di Mosca, a giudizio dell’Amministrazione a stelle e strisce, potrebbe “provocare una escalation ulteriore del conflitto, e portare a una maggiore perdita di vite innocenti, accrescere il flusso dei rifugiati, e rischiare un confronto con la coalizione anti-Isis operante in Siria“. Meglio lasciare che i siriani se la sbrighino da soli. E’ lo stesso errore perpetrato all’indomani della presa di Baghdad: la pace, da che mondo è mondo, la stipuli con chi hai combattuto, non con chi ti ha dato una mano. All’epoca si decise di tener fuori dalle trattative qualunque militare o alto delegato avesse servito il regime baathista. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Errare è umano, perseverare è stupido.

Fratelli coltelli. In Grecia Tsipras ha vinto le elezioni e Tsakalotos resta il suo alfiere, ma chi ha ottenuto un autentico trionfo è la Troika. Lo sostiene, ancora una volta, l’ex ministro delle Finanze, er mejo fico der Partenone. Yanis Varoufakis è avvezzo, negli ultimi tempi, ad esternare analisi impietose e giudizi en tranchant. Un dato tuttavia incuriosisce: la puntualità con cui dispensa simili perle di saggezza su problemi che non è stato capace di risolvere. Lo consideravamo il sosia di Schwarzenegger e non c’eravamo accorti della somiglianza con Cirino Pomicino.

Noi… Noi che esultammo per Italia-Germania 4 a 3, e dal 1970 – ogni volta che incontriamo un tedesco – non manchiamo di rammentare l’affronto storico subito. Noi che dispensammo lezioni sull’accoglienza dei profughi, salvo scoprire che oltreconfine il fenomeno era gestito con ordine e pragmatismo. Noi che assistemmo dispiaciuti alla caduta del Muro, “ché Berlino andava divisa in 3 o 4 parti per stare tranquilli”. Noi che giudicammo con ironia le grosse coalizioni preferendo gli inciuci alla romana e i patti della crostata. Noi che contrastammo le derive teutoniche dell’economia, crescendo dello zero virgola e parlando, con fare serioso, di una rivoluzione imminente. Noi, proprio noi, potevamo non godere almeno un po’ per le mazzate prese in Borsa dalla Volskwagen? Sì, potevamo, bastava essere maturi. Bastava, cioè, valutare i numeri del gruppo per capire quanto le difficoltà di quell’azienda potrebbero incidere sulla vite di migliaia di lavoratori. E pazienza se la colpa è loro: un problema resta un problema, a prescindere dalle responsabilità.

…E loro. Anche nelle difficoltà, i tedeschi si mostrano rigorosi. Non pensano innanzitutto al futuro dell’azienda, non si preoccupano di insabbiare lo scandalo gettando fango sui concorrenti, ma valutano i danni subiti dagli azionisti. “La Volkswagen era sinonimo di solidità. Era il fiore all’occhiello dell’ingegneria tedesca. Dallo scorso fine settimana questa immagine è rovinata” scrive il Die Welt. Sulla stessa lunghezza d’onda il Der Tagesspiegel: “questa truffa danneggia il marchio Germania” sentenzia il foglio tedesco.

L'angolo del tempo - 23 settembre
1939: Muore Sigmund Freud, padre della psicanalisi.
1943: Per salvare 22 civili, Salvo D'Acquisto si consegna ai nazisti e viene fucilato a Torrimpietra.
1950: Negli Stati Uniti inizia il maccartismo.
1968: muore a San Giovanni Rottondo Padre Pio, il santo di Pietrelcina.
1985: Giancarlo Siani, giornalista del Mattino di Napoli, viene barbaramente ucciso a 26 anni. La sua colpa è quella di aver denunciato gli interessi economici della Camorra e i rapporti con le forze politiche dei clan campani.

La crisi non la paghiamo. Il celebre slogan che guidò le rivolte degli Indignados in Spagna viene fatto proprio dai nostri movimenti sindacali. No, non si tratta di una nuova campagna di comunicazione, ma di una filosofia di pensiero, di un modus operandi. L’Espresso fa le pulci ai bilanci della Triplice: quelli ufficiosi, per carità, ché i dati reali non possiamo conoscerli davvero. E cosa scopre il settimanale progressista guidato da Luigi Vicinanza? Che fra tesserati, Caf, e Patronati ne vien fuori un gruzzoletto niente male. Roba da far tremare le vene ai polsi.

Stalker istituzionali. C’è chi la politica la intende come missione, chi ne fa una professione, chi pensa che essa sia un servizio reso alla comunità. E poi c’è chi la interpreta come cazzeggio in allegria. La Lega Nord di Matteo Salvini ha presentato la bellezza di 82 milioni e 730mila emendamenti alla riforma del Senato. E’ vero, come dice il leader del Carroccio, che le riforme che interessano gli italiani sono altre, che l’architettura istituzionale dello Stato non scuote le coscienze del paese e non rappresenta, in fin dei conti, una priorità per l’opinione pubblica. Ma l’attenzione ostruzionistica riservata dai seguaci di Odino al ddl Boschi è financo troppo generosa. Se col Senato non si vuol perdere tempo venendo incontro ai reali bisogni degli italiani, non era più semplice votare no e chiudere la partita?

Vento in poppa. Il settore della moda è in netta ripresa, la crescita del marchio Italia negli Stati Uniti è impetuosa. Renzi è pronto a mettere i tacchi a spillo?

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