La Corrida siciliana

Programmi, idee e progetti sono tabù. Così abbiamo trasformato le elezioni in un grande concorso pubblico

A poche ore dall’apertura delle urne in Sicilia, in molti stanno cantando il de profundis della politica isolana. Una regione abbandonata a sé stessa, con un debito esorbitante, governata da un manipolo d’incompetenti: è questo il ritratto più indulgente. E così l’occasione del confronto elettorale diventa il pretesto per scrivere lunghi e pensosi editoriali sul degrado imperante a Palermo, sulla questione morale, sugli sprechi e sugli abusi di una “realtà emblematica”.

Per quanto le conclusioni possano sembrare ragionevoli o perfino condivisibili, sarebbe errato procedere lungo questi binari. Sì, perché se la Sicilia versa in queste condizioni, la responsabilità non è soltanto di chi abita nell’isola, ma anche di chi vede in essa una provincia del basso impero, teatro prediletto per un regolamento di conti alla Quentin Tarantino.

Un problema italiano

Ora, pur correndo il rischio di entrare nel campo della retorica, poniamoci alcune domande.

In quale altro paese dell’Europa occidentale le elezioni locali vengono sistematicamente trasformate in un banco di prova per pesare il consenso delle diverse forze su scala nazionale? La Sicilia oggi, come il Veneto e la Lombardia ieri, spogliata della propria identità è trasformata in una succursale dell’Istituto Piepoli, l’aperitivo prima della grande abbuffata.

In quale altro paese dell’Europa occidentale due capi-partito con la sindrome del capo-popolo, Matteo Renzi e Luigi Di Maio, utilizzano la televisione alla stregua di un social network, sfidandosi in un dibattito televisivo soltanto dopo la tornata elettorale?

In quale paese dell’Europa occidentale l’insieme delle forze progressiste vive la propria divisione non come un problema, ma come una sorta di derby del rancore, predicando unità e praticando congiure, mentre i grandi giornali stampano interviste a leader in cerca d’autore?

In quale paese dell’Europa occidentale, infine, si sprecano gli ultimi scampoli di legislatura per affrontare (ancora) il tema della legge elettorale, quando il tasso di disoccupazione giovanile tocca la soglia del 35%?

Non voglio nemmeno soffermarmi, in questo frangente, sugli impresentabili o sugli assessori che soffiano sul fuoco. Voglio solo invitarvi a riflettere sulla cornice, che va ben oltre lo Stretto di Messina e investe Roma come un uragano.

Il vuoto totale

Cosa se ne ricava? Che la famosa distanza fra paese legale e paese reale si è acuita perché abbiamo sostituito la politica col marketing, definitivamente. Abbiamo trasformato il momento elettorale in un grande concorso pubblico senza prove preselettive. Un concorso cui spesso partecipano i peggiori, determinati a vincere con ogni mezzo, lecito o illecito.

I programmi, le idee, i progetti di sviluppo sono demodé. Per andare da Messina a Trapani, cioè da un estremo all’altro dell’isola, servono 9 ore. Nove. È la soluzione “rapida” offerta da Trenitalia e consta di un regionale veloce (abbiamo il gusto dell’ironia, ci piace chiamarlo così), due regionali normali e un autobus. Ma a chi importa?

Svuotata di contenuti e misera di spunti, appesa al fattore carismatico e al voto clientelare, la grande battaglia delle preferenze diventa una sorta di Corrida. Un programma grottesco in cui perfino Gigi Sabani, pace all’anima sua, sembrerebbe uno statista.

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