Le Stelle non stanno a guardare: crollano Renzi e Salvini


L’unico merito del Pd è aver riconosciuto la sconfitta. Se a Roma l’esito del ballottaggio era prevedibile, Torino rappresenta un pugno nello stomaco per Renzi (che perde perfino Sesto Fiorentino). Non va meglio alla Lega Nord: Berlusconi può sorridere

Ci sono almeno due notizie positive dalla tornata elettorale che si è appena conclusa: la prima riguarda la svolta “rosa registrata in due grandi realtà metropolitane, quali Roma e Torino; la seconda concerne un sistema politico meno ingessato, in cui non basta essere lo “yesman” del premier per sfondare alle urne e conquistare la fascia tricolore.

Se la prima constatazione è lapalissiana, e risponde – con le vittorie di Appendino e Raggi – a un’esigenza costituzionalmente avvertita quale l’equilibrio fra donne e uomini nella rappresentanza, il secondo punto assai più controverso investe il Pd e l’esercito di candidati che ha schierato in campo nelle grandi città.

Roberto Giachetti al voto
Roberto Giachetti al voto

Nella Capitale la sconfitta di Giachetti non può essere addebitata all’impegno profuso dall’uomo, ma alla strategia di lungo periodo varata dal partito allorquando – con Ignazio Marino – si decise d’inglobare l’antiparlamentarismo greve nelle proprie fila, portando gli alfieri della rivoluzione civica alla vaccinara direttamente sui banchi di governo. Giachetti, da par suo, ha combattuto una battaglia disperata, cercando di far splendere una proposta politica che anni di scandali e di sporcizia in Campidoglio avevano irrimediabilmente compromesso.

Una verità, però, l’ex radicale transitato alla corte di Palazzo Chigi l’ha detta durante la campagna: fra primo e secondo turno cambia tutto, si riparte dallo zero a zero. E se la sua sconfitta diventa ancor più bruciante date le percentuali misere ottenute al ballottaggio, il trionfo a urne chiuse della Appendino su Fassino ha ben altra accezione.

Già dinamica nel consesso civico, proveniente da una buona famiglia piemontese, pragmatica e con vocazione maggioritaria, l’esponente del Movimento 5 Stelle ha offuscato perfino la presa di Roma operata dalla Raggi, sbaragliando in rimonta l’Amministrazione retta da Fassino, cui pure veniva riconosciuto trasversalmente un operato meritevole, come dimostrato dal consenso attirato al primo turno. La seconda votazione ha però ristabilito le gerarchie, facendo prevalere l’istanza di cambiamento di cui i grillini si sono fatti portavoce. E poco incide la recriminazione, assai mesta, dell’ormai ex sindaco sulle preferenze regalate dalla destra alla candidata pentastellata. In politica puoi dettare, se riesci a essere lungimirante, la strategia della tua forza partitica: di certo non puoi affidare le tue sorti alle tattiche dei rivali di sempre.

Luigi De Magistris
Luigi De Magistris

A Napoli il tonfo del Pd era un dato assodato, ma la riconferma bulgara di De Magistris serve – se possibile – a gettare ulteriore sale sulle ferite. Si era molto ironizzato sulla vocazione da Maisaniello del sindaco partenopeo e sulle estemporanee frecciate a Renzi (“deve cacarsi sotto”). I napoletani gli hanno dato ragione, con tutto ciò che ne consegue sotto il profilo dell’analisi del voto.

A Milano la vittoria di Sala viene letta, da più parti, come l’unica affermazione di Renzi sul piano nazionale. Non è così. Il successo al fotofinish su Parisi consegna al paese alcuni spunti di riflessione: il primo è che la sinistra moderata vince laddove riesce ad apparentarsi con quelle liste che fanno dell’identità culturale la loro unica ragion d’esistere. Pisapia è stato leale e dopo cinque anni di egregia gestione del Comune ha offerto il proprio contributo, umano ed elettorale, al suo erede designato. Analoga operazione non è stata fatta a Roma, dove Fassina & c. hanno abbandonato Giachetti in rottura col premier e questo costo politico Renzi non potrà ignorarlo a lungo.

Stefano Parisi
Stefano Parisi

Il secondo spunto riguarda il centrodestra: Parisi diventa una “riserva” di Forza Italia, un nome spendibile sul piano nazionale per rilanciare le sorti della disastrata Casa delle Libertà. Salvini, che pure aveva lanciato un’Opa sul futuro assetto del blocco conservatore, si ritrova con un pugno di mosche in mano: ha schiacciato la Meloni costringendola a un ruolo marginale all’ombra del Campidoglio, portando in dote un contributo misero del 2%; e a Milano, nel cuore della Lega lumbard, è stato doppiato dal primo candidato istituzionale e moderato che Berlusconi ha saputo blandire e schierare in campo. Perfino a Varese, tradizionale feudo dei seguaci di Odino, la Lega è crollata perdendo una città che gestiva dall’alba della Seconda Repubblica. Il Pd, con Davide Galimberti, ha espugnato il Municipio col 51,8% delle preferenze, segno che di là dall’incontinenza mediatica la fascistizzazione di un movimento federale è un’operazione che la base non ha realmente compreso.

A intascare la vittoria più grande è il movimento retto da Beppe Grillo. Di là dalle prevedibili richieste di dimissioni, già paventate dal duo Di Maio-Di Battista, i 5 Stelle hanno adesso l’opportunità di far vedere su scala nazionale se il proprio potenziale è sterile o no, se cioè – al netto della contrarietà all’Euro, alla Tav, alle Olimpiadi, alla Metro e via dicendo – c’è la capacità di ridisegnare e ridefinire la propria “mission” sulla base dell’esperienza quotidiana di governo. Pizzarotti a Parma c’ha provato. Ancora ne sta pagando lo scotto.

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