Una legge elettorale è per sempre

Siamo l’unico paese in cui la definizione delle “regole del gioco” monopolizza il dibattito pubblico e le prime pagine dei grandi quotidiani

16 novembre 2011. Sono da poco passate le 17. Mario Monti è il nuovo presidente del Consiglio. L’ex commissario europeo ringrazia il suo predecessore, Silvio Berlusconi, e posa per le foto di rito con Giorgio Napolitano, che dal Colle ha benedetto l’operazione.

Che Monti fosse il prescelto era cosa nota ai più: lo stesso presidente della Repubblica, per tranquillizzare i mercati e dare un segnale agli investitori, aveva concesso al professore la nomina di senatore a vita.

Le grida di giubilo si sprecano. Sarkozy manda un messaggio a Palazzo Chigi: “ce la faremo”. Juncker, da Bruxelles, plaude al nuovo ciclo: “è una buona notizia”. In Transatlantico, da destra a sinistra, tutti indossano il loden: Scajola promette il sostegno leale di Forza Italia, Alfano invita all’unità, Letta – ancora plenipotenziario del Pd – parla di ritrovata serenità.

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Il nuovo premier è distinto, ha uno stile sobrio. Ribadisce quanto sia importante lo spirito di collegialità. Non parla di “discontinuità” ma di “responsabilità”, indica gli obiettivi di breve periodo per l’Esecutivo. Non sarà un governo di scopo – ché la tenuta dei conti fa premio su tutto – ma la definizione di nuove regole per evitare l’impasse istituzionale è centrale.  Fra le priorità del paese fa capolino lo spettro di una nuova legge elettorale.

Sono passati quasi sei anni da allora. In un contesto di crescita per l’Eurozona, l’Italia ha cercato di uscire dal pantano, producendo piccole riforme a fronte di grandi cambiamenti economici e sociali. Il bipolarismo si è sciolto come neve al sole. In Parlamento ha trovato spazio un movimento di protesta che ha scaldato le piazze italiane a suon di vaffanculo. Mezza classe dirigente del Pd è stata rottamata, ma ha reagito come di consueto: male, giurando vendetta e programmando la restaurazione sulle note dell’Internazionale. Matteo Renzi, rampante sindaco di Firenze, ha conquistato Palazzo Chigi. Da premier ha strappato uno spettacolare 40% alle europee, ma si è bruciato poco dopo con un magro 40% sulle riforme costituzionali. Virginia Raggi è diventata sindaco di Roma, si è beccata un avviso di garanzia e ha inaugurato il valzer degli assessori in Campidoglio.

È successo tutto questo, in sei anni, eppure sul finire della legislatura la priorità è sempre la stessa: approvare una legge elettorale che consenta al paese di avere al contempo una maggioranza solida e un Parlamento rappresentativo. È la nenia dell’improduttività…

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