Libri, ebook, fumetti e saggi letti nel 2017

Qui trovate un elenco delle mie letture dell’anno. Per ogni libro c’è una recensione (il voto va da uno a cinque). Se avete obiezioni o consigli, non esitate: scrivetemi.

Scherzetto, Domenico Starnone, voto: 4

Domenico Starnone torna agli albori di un tempo e con “Scherzetto” regala ai suoi lettori un romanzo agrodolce.

Un nonno brusco e un nipote tutt’altro che ingenuo: sono questi gli elementi centrali di una trama che ruota attorno al confronto generazionale scoppiato all’interno di una famiglia campana, scossa dalle liti fra i genitori.

Sullo sfondo di una Napoli sempre uguale a se stessa, immutabile e fuori dal tempo, il rapporto col fanciullo diventa per l’anziano protagonista l’occasione di tracciare un rendiconto della propria vita, costellata da successi e fallimenti, piccole vanità e sicurezze fragili.

La figura cardine, quella del nonno, è lontanissima dall’eroe. È un avanzo del secolo scorso, invecchiato e malandato, per nulla incline ad abbandonare il lavoro e a godersi gli agi di una pensione agognata. È un borghese acculturato che ha lasciato il nido in gioventù e che, a ridosso della vecchiaia, teme il momento in cui dovrà farsi da parte, costretto a fare i conti con un mondo moderno fatto di bambini smaliziati e di talenti inespressi che promettono di rivoluzionare la società.

Ed è nel confronto col bambino, e nella tensione emotiva che si crea, il punto di forza della trama: sostituendo alle abilità grafiche del protagonista il talento letterario dell’autore si può vedere, forse, una forma di disagio dell’intellettuale partenopeo rispetto ai giovani romanzieri di oggi. Un azzardo verosimile se si tengono in considerazione le ultime opere mandate in stampa da Starnone.

Originale e curiosa la scelta di includere, nell’appendice, un diario del protagonista, quasi a scandire il resoconto di una convivenza forzata.

Lo schiavista, Paul Betty, voto: 3

Si può ricorrere all’ironia trattando la questione razziale? È lecito affrontare con tono ilare il tema dei diritti civili nell’America di oggi? Paul Betty c’ha provato ricorrendo alla letteratura e alla Corte Suprema in un immaginario processo “Bonbon contro gli Stati Uniti”.

Bonbon è il protagonista del romanzo “Lo schiavista”, premiato con il Man Booker Prize, accusato di aver reintrodotto oltreoceano segregazione e schiavitù. Perché? Perché questo serve all’America, alla sua America, almeno se essa intende riscoprire le radici d’un tempo.

In un sobborgo di Los Angeles, defraudato dal titolo di città, Bonbon — figlio di un sociologo alquanto bizzarro — scopre che dividendo i neri dai bianchi la comunità, nel complesso, procede spedita verso il progresso.

Ribaltando la lezione di Rosa Parks, il protagonista prima decide di riportare in auge i posti a sedere riservati ai bianchi sui mezzi pubblici e poi, in un secondo momento, utilizza l’espediente di una finta scuola per impedire ai bambini dalla pelle bianca di sedere accanto ai ragazzi di colore. Risultato? Migliorano i processi di apprendimento, diminuisce il tasso di criminalità.

Quando il giudizio contro di lui entra nel vivo, Bonbon si aliena e rivela di vivere un paradosso: quello di essere nero e innocente, percependo una sorta di dissonanza cognitiva ormai superata. E proprio la comunità nera si lacera attorno all’esperimento sociale messo in atto nel ghetto: è una provocazione? È un’offesa? È una regressione? Conviene?

Ne viene fuori un romanzo originale e graffiante, la cui resa è garantita da un lavoro straordinario della traduttrice Silvia Castoldi.

Il desiderio di essere come tutti, Francesco Piccolo, voto: 5

Dai mondiali del ’74 al rapimento di Aldo Moro, dal duello fra Craxi e Berlinguer all’avvento di Berlusconi. Ne “Il desiderio di essere come tutti” Francesco Piccolo ripercorre la sua storia personale nella cornice più ampia della storia della sinistra italiana, dando vita a un romanzo la cui peculiarità è quella di essere sì scritto in prima persona, ma di trovare nel Partito Comunista il protagonista silente dalla prima all’ultima pagina.

Mai banale, densa di dubbi e di conflitti interiori, l’opera mescola i racconti di vita del narratore ai passaggi significativi dell’epoca, alle cesure che determinarono nuovi scenari nella storia repubblicana. Così la stagione sessantottina viene vista attraverso l’ottica dell’amore non corrisposto con una giovane del Movimento; il compromesso storico è letto tramite il matrimonio fra uno zio democristiano e una zia comunista (con annessi litigi sull’opera della Cederna e sulla figura di Giovanni Leone); e il rapimento Moro diventa la centrifuga che fa saltare le coordinate del vecchio ordine. Da lì in poi cambia la geografia emotiva del paese e anche la sinistra, a giudizio di Piccolo, diventa altro.

Non manca, infine, una riflessione critica sul ruolo degli intellettuali italiani e sulla vocazione minoritaria da essi difesa. È forse questo l’elemento che, anni dopo la pubblicazione del romanzo, rende il libro ancora attuale.

Assassinio al Comitato Centrale, Manuel Vazquez Montalban, voto: 4

Doppiezze, vendette, giochi di potere: in questo giallo politico Vazquez Montalban riesce, in poche pagine, a imprimere la sua cifra stilistica, a dipingere con maestria l’atmosfera che si respirava nella Spagna appena uscita dal franchismo.

Il regime defunto, coi suoi sgherri ancora nelle posizioni di comando, non sarà osservatore neutrale nelle indagini che Pepe Carvalho – detective protagonista della trama – condurrà su commissione del Partito Comunista in seguito all’omicidio del segretario generale, il compagno Fernando Garrido.

Uomo di spirito, fumatore incallito, Garrido viene assassinato durante una riunione del Comitato Centrale: e toccherà a Carvalho, ex comunista che ha rotto con quel mondo, guidare un’inchiesta privata che lo porterà da Barcellona a Madrid. Il detective finirà così al centro di una battaglia di spie appartenenti a opposte fazioni, minacciato e vessato da più parti.

Scritto come fosse la sceneggiatura di una fiction, il romanzo di Montalban è un racconto avvincente in cui le sofferenze umane e la fede politica s’intrecciano in un connubio intricato.

Da Zero a Uno, Peter Thiel, voto: 1

Peter Thiel è una personalità sui generis nella società americana: il fondatore di PayPal, imprenditore di successo, sostenitore dalla prima ora di Donald Trump, artefice della chiusura di Gawker, è un eclettico ante litteram. Purtroppo il libro, a dispetto delle promesse, non rivela granché né sulla vita del personaggio, né sul suo modo di pensare.
L’opera, in realtà, è un compendio abbastanza elementare sul mondo degli affari, sulle intuizioni giuste, sul tedioso sistema scolastico istituzionalizzato e così via. L’impressione che ne ho tratto, alla fine della lettura, è quella di un lavoro posticcio, frutto di scambi di battute assai banali: una trasposizione in forma letteraria del contenuto di un blog, con alti e bassi fisiologici. Qualche concetto interessante c’è, il monopolio come emblema del capitalismo in luogo della libera concorrenza ad esempio, ma è davvero poca roba. Manca, infine, una visione d’insieme sulla società globale e sul futuro del mondo degli affari. Se scrivi un libro sull’imprenditoria, sugli approcci visionari, sulle strategie del business, beh non puoi trascurare il contesto in cui ti muovi.

Un uomo, Oriana Fallaci, voto: 4

Un combattente per la libertà, un eroe anarchico, un pacifista bellicoso, un uomo capace di grandi slanci emotivi ma al tempo stesso preda di infinite debolezze. L’Alekos Panagulis dipinto da Oriana Fallaci è una figura letteraria affascinante. La vita privata del singolo, compagno appassionato della giornalista, e la ribellione dolorosa e vanitosa del personaggio pubblico vengono magistralmente offerte al lettore in una biografia romantica ma quasi mai agiografica.

Le angherie, le torture, le brutalità del regime dei colonnelli appaiono sullo sfondo di un’opera cult, iniziata con una morte mancata, quella del duce Papadopulos, e chiusa mestamente col corpo esanime del protagonista.

C’è un omicidio annunciato, dalla prima all’ultima pagina, e il codazzo dei pennivendoli buoni per ogni stagione. C’è un cadavere offerto in pasto ai media, sull’altare della patria, ed è il cadavere di un sognatore, consegnato alle speculazioni strumentali di chi lo aveva abbandonato alla solitudine del combattente.

Nulla viene trascurato: né la farsa di una giustizia autoritaria, né le costanti fatiche di una nazione incapace di fare i conti con la propria storia. La Grecia, vittima di un drago e dei burocrati del vecchio corso che estesero il proprio uncino anche durante il periodo di transizione democratica, sembra così una musa silente innanzi al cataclisma. Il popolo, rapito dal canto delle sirene dei potenti di turno, si mostra estremamente indulgente con chi è in una posizione di forza e spietato nella propria indifferenza contro chi ebbe il coraggio di tenere la schiena dritta.

Mentire con le statistiche, Darrell Huff, voto: 2 e ½

Immaginate un manuale per alterare i fatti, un opuscolo per confezionare bugie apparentemente non smascherabili. E poi immaginate di consegnare questa sorta di Santo Graal della verità alle vittime dei raggiri, a chi – in buona fede – tende a credere alla forza dei numeri e ai dati di fatto. Darrell Huff, con una scrittura scorrevole e col piglio della grande penna, cercò di portare a termine questa missione, rivelando ai lettori interessati come lo strumento delle statistiche fosse in realtà estremamente malleabile, viepiù col passare del tempo e con la nascita delle prime infografiche. L’opera è pregevole, una perla per ogni operatore dell’informazione. Ma è anche un bignami indispensabile per una platea più vasta. Una lettura consigliata a chiunque voglia muoversi nei meandri del discorso pubblico, restando apota per dirla alla Prezzolini: uno di quelli che non la beve.

Il  dossier, Timothy Garton Ash, voto: 2

L’obiettivo era semplice: spiare. Amici, parenti, colleghi: non esistevano limiti o confini di sorta. Era questa la policy alla base del sistema. Come nel Grande Fratello di Orwell, zelanti funzionari raccoglievano materiale, accatastavano prove, tessevano la tela delle delazioni.

Ne “Il Dossier”, Garton Ash racconta la sua esperienza con la Stasi, il temibile servizio segreto della Germania Orientale dotato di una mole d’informatori senza precedenti. La media di un effettivo ogni cinquanta cittadini basta a rendere l’idea.

Nel cuore dell’Europa, in piena Guerra Fredda, sotto l’egida dello Stato socialista venne costituito un apparato d’intelligence che nemmeno la Gestapo poté avere. Fu così che “frammenti di informazioni in apparenza innocui vennero incollati insieme a formare un quadro complessivamente più dannoso” spiega l’autore.

Rievocando i suoi anni nella RDT e rispolverando le agende di quella stagione, Ash – protagonista inconsapevole di un dossier a suo carico – compie un viaggio nella sua gioventù e si confronta con quanti servirono la causa dello spionaggio, per comprendere le ragioni di costoro e capire cosa li spinse a tradire la fiducia dei propri cari.

Notte fatale, Nelson DeMille, voto: 1

Sono arrivato a Nelson De Mille grazie al consiglio di un amico, che mi aveva presentato l’autore americano come un maestro dei thriller a sfondo spionistico. Le aspettative erano pertanto abbastanza alte, soprattutto considerando lo sforzo profuso per recuperare questa copia fuori catalogo. Purtroppo alle attese non è corrisposto un parallelo feedback positivo: nel romanzo DeMille adotta uno stile di scrittura sì scorrevole, ma inflazionato, incedendo spesso nei luoghi comuni tipici del genere e ricorrendo all’ausilio di piccole volgarità per connotare la durezza di alcuni protagonisti dell’opera. Espedienti stile anni ’80. La trama, che sembra filare liscia e va in crescendo secondo copione, si arresta sul più bello e nulla viene spiegato al lettore. La conclusione, aberrante, è servita all’autore per evocare i traumi di una generazione americana colpita dalla tragedia dell’11/9. Al di là degli artifici scenici, la storia è inconsistente. Nel complesso mi duole constatare come “Notte fatale” non valga poi granché.

I giustizieri della rete, Jon Ronson, voto: 3

Nel paese che diede i natali a Cesare Beccaria e offrì le stampe al suo “Dei delitti e delle pene”, il libro di John Ronson su “I giustizieri della rete” andrebbe adottato nelle scuole.

Cosa succede se la rete smette di essere un passatempo e trasforma i social in una gogna mediatica? Cosa accade se la battuta più innocente, l’errore più banale, la malizia più stupida diventano il pretesto per una caccia all’uomo, l’incipit di una pubblica umiliazione senza freni che coinvolge amici, conoscenti, sconosciuti e trolls? Twitter e Facebook offrono anche questo al mercato e Ronson scava in una realtà sommersa scrutando nell’animo dei novelli censori. Lo fa, però, senza il piglio del moralista, perché tutti noi – a torto e con poche ragioni – abbiamo prima o poi contribuito ad alimentare questo perverso meccanismo, smaniosi di avere un pulpito da cui poter predicare il nostro sermone.

“Il fiocco di neve non si sente mai responsabile per la valanga”, spiega l’autore basito dalla durezza e dalla crudeltà della folla, fosse anche virtuale. “Senza pensarci facevo la stessa cosa da un anno o poco più: ero scivolato in un nuovo modo di essere. Chi erano le vittime delle mie umiliazioni? Me le ricordavo a fatica. Avevo solo una vaghissima memoria delle persone contro cui mi ero scagliato e delle ‘cose terribili’ che avevano fatto per meritarselo”.

Il reis, Marta Ottaviani, voto: 5

Un viaggio nella Turchia moderna compiuto col taccuino in tasca. Un affresco sulla cultura, sul sistema politico-istituzionale e sugli scontri di potere in atto nella penisola anatolica. “Il Reis” di Marta Ottaviani racconta l’irresistibile ascesa di Erdogan, riconoscendo meriti e torti al leader dell’Akp in un saggio che si pone al confine fra i reportage dei grandi inviati e la monografia storica.

Dietro il volto truce dell’uomo forte al comando, c’è un politico carismatico che ha saputo interpretare per primo le istanze profonde della società. Di più: c’è un fine stratega che ha saputo sfruttare il cavallo di Troia dell’europeismo per stanare i vecchi notabilati militari, il marcio establishment repubblicano affetto da una patologica propensione alla corruzione. Se la sua vittoria era scritta negli errori di valutazione degli oppositori, il dominio sulla Turchia dei nostri giorni è il frutto acerbo dell’instabilità mentale dell’uomo, poco avvezzo ad essere contraddetto, per nulla incline alla tolleranza e al rispetto dell’avversario.

Erdogan è un opportunista che cammina sul filo del rasoio e come un equilibrista ha trascinato il paese sull’orlo del baratro, rompendo i ponti con gli storici alleati e creando partenariati assai precari, utili alla contingenza ma senza nessuna lettura di prospettiva. L’obiettivo, o forse il sogno chissà, è quello di riportare la Turchia saldamente nel contesto mediorientale, quale stato guida della regione. Piccolissimo particolare: Arabia Saudita, Egitto e Iran non sono per nulla propensi a recitare il ruolo di comparse.

Exit West, Mohsin Hamid, voto: 5

Migrazioni, guerre, sentimenti e integrazione. Sono questi gli ingredienti alla base del romanzo di Mohsin Hamid, “Exit West”, un’opera letteraria al confine fra il fantastico e la politica dei nostri giorni.

L’autore dipinge una favola contemporanea, in cui i protagonisti della storia – Saeed e Nadia – si trovano a intrecciare le proprie vite sullo sfondo di una brutale guerra civile. L’unico modo per sopravvivere alla violenza dilagante diventa la fuga e qui, con un espediente letterario, Hamid introduce nella trama delle “porte nere”, misteriose vie d’accesso dirette ad altri paesi e altre culture.

Non c’è il calvario del viaggio, né l’ombra degli scafisti, né – tantomeno – quella minuziosa descrizione delle sofferenze degli apolidi stile Rai3. C’è soltanto la prospettiva dei protagonisti, la loro vita che s’incontra e talvolta si scontra con le vite degli altri.

Da Mykonos a Londra, i due percorreranno un itinerario che li allontanerà inesorabilmente, rendendoli partner emotivamente distanti l’uno dall’altro. Exit West è un romanzo tenero, dolce, soft e per ricorrere all’appellativo usato da Zadie Smith “straordinario”. Sicuramente una delle opere più interessanti della stagione

Kobane calling, Zerocalcare, voto: 5

Un viaggio è un viaggio. Un reportage è un reportage. Un fumetto è un fumetto.

No, non sto tentando di concorrere alla nomination per il premio GAC (avrei vinto a mani basse, lo so). L’incipit di questa recensione mi serve soltanto per testimoniare l’abilità di Zerocalcare a intrecciare generi diversi, mischiando non soltanto stili narrativi che potenzialmente potrebbero sembrare agli antipodi, ma perfino adottando registri letterari irregolari, come un elettrocardiogramma instabile: così ai picchi d’ironia seguono riflessioni su situazioni drammatiche, sulla resistenza curda all’Isis, sul dossier spinoso della stabilità mediorientale.

Aggiungo una nota a margine: culturalmente sono molto distante da Zerocalcare e mi sono approcciato a quest’opera con la curiosità scettica che contraddistingue il lettore critico. Il mio elogio finale ha pertanto maggior valore, almeno sul piano personale, perché le “conversioni”, da Manzoni in poi, fanno sempre la loro figura.

L’ultimo rigore di Faruk, Gigi Riva, voto: 4

L’implosione della grande Jugoslavia non è stato soltanto un evento di carattere politico. Può sembrare un paradosso, ma la guerra etnica e religiosa che ha dilaniato la regione balcanica ha preso forma sui campi di gioco, quando l’estremismo degli ultrà e il neo-nazionalismo si sono intrecciati in un insano connubio.

Gigi Riva, con l’abilità del cronista sportivo prestato alla saggistica contemporanea, riesce a intrecciare con maestria i racconti di una generazione di fenomeni, chiamati a muoversi nella cornice instabile di un paese sull’orlo del baratro.

La provocazione sul rigore sbagliato da Faruk Hadzibegiç – un rigore che avrebbe permesso alla Jugoslavia l’accesso alle semifinali dei mondiali arrestando l’effetto domino dell’odio etnico – è essenzialmente una suggestione: mai l’autore crede che la storia avrebbe potuto seguire un corso diverso per il penalty. Lo ammette fra le righe anche nelle parti finali dell’opera, quando decanta le meraviglie del basket balcanico, giunto nella stessa annata ai suoi massimi albori.

Muovendosi sul trapezio della proiezione onirica e sollecitando il lettore a voli pindarici, Riva racconta Storia e storie di sport, citando giocatori che hanno segnato un decennio sportivo e politici che hanno compiuto efferate gesta. Un taccuino inedito, una piccola perla che Sellerio non poteva farsi scappare.

Preparativi per la prossima vita, Atticus Lish, voto: 2

Presentato come uno dei romanzi cult della stagione, “Preparativi per la prossima vita” risente a mio avviso di due evidenti difetti.

Il primo concerne una concezione “capitalistica” della lettura: troppe pagine sono un vuoto a perdere, messe lì per soddisfare la fame dei lettori da bestseller (formato Stephen King per intenderci). L’autore non indugia sulla desolazione umana e sul degrado, compie un vero e proprio un naufragio letterario, quasi ogni minuzia meritasse un’analisi enfatica e una lettura psicanalitica dei protagonisti della trama.

Il secondo difetto è la scorrevolezza: il romanzo è spesso macchinoso e la concatenazione degli eventi non sembra mai entrare a regime. L’unico sussulto è nella terza parte dell’opera, ma anche lì si procede a fatica, senza l’ombra di un climax.

C’è, ovviamente, una cura approfondita dei personaggi, dipinti con maestria in tutte le loro fragilità. Ma oltre la cifra stilistica di Lish, di là da questa peculiarità narrativa, ho personalmente trovato ben poco. La buona pubblicità, eufemismo!, di cui ha goduto l’autore mi è sembrata a dir poco eccessiva.

La fine del dibattito pubblico, Mark Thompson, voto: 3

Quali sono le metastasi che infettano il nostro dibattito pubblico? Come e perché si è diffuso lo scetticismo anti-vaccini? Quali sono i punti di contrasto fra popolo ed élite? E cosa rappresenta Trump con la sua vis polemica?

Mark Thompson, amministratore delegato del NYT ed ex direttore della Bbc, prova a rispondere a queste domande riflettendo in senso lato sul registro retorico utilizzato dai politici e dai mezzi d’informazione.

Partendo da Platone e Aristotele, passando per Reagan e Clinton, fino ad arrivare a Trump e Sarah Palin, Thompson cerca di cogliere gli elementi che hanno portato all’odierna deriva, laddove ogni verità e ogni fatto diventa confutabile sulle base di astratte opinioni.

L’approccio non è mai quello del cattedratico, nonostante la minuziosa disamina di certe frasi: Thompson sa di essere un attore del sistema, parte in causa, protagonista chiamato a riflettere con spirito autocritico sulla funzione di quelli che Pasolini definiva “intellettuali intermedi”. Convincente nella diagnosi, la tesi dell’autore perde smalto proprio sul finale, quando cerca di tirare le fila del ragionamento per stendere un breviario, un codice di condotta destinato a chi vorrà interpretare un ruolo nell’agorà del futuro. Nel complesso resta una lettura interessante.

L’elenco telefonico degli accolli, Zerocalcare, voto: 5

Provate a immaginare una versione a fumetti dell’Educazione siberiana e ambientatela a Rebibbia. Non ci riuscite? Bene, allora è giunto il momento di cimentarsi con “L’elenco telefonico degli accolli”, le storie scritte da Zerocalcare sul suo blog e poi riviste in un’unica trama.

Amaro e impegnato come Lilin, pungente e ironico, in ogni pagina Zerocalcare riesce a essere imprevedibile, ad avere almeno un guizzo del fenomeno letterario purosangue. Coinvolgente e mai banale, affronta la routine con una vena canzonatoria, rivelando tic che appartengono più o meno segretamente alla vita di ciascuno di noi. Impegni, responsabilità, conflitto con l’età adulta fanno così capolino in ogni storia, lungo un viaggio che non porterà a Mordor ma ad una nuova consapevolezza di sé. Fosse soltanto per la rappresentazione degli haters, l’Elenco stramerita di finire nelle vostre librerie.

Una stanza piena di gente, Daniel Keyes, voto: 5

Se siete persone suggestionabili, convinti che la follia sia un espediente usato dai delinquenti per ottenere sconti di pena, se credete che la responsabilità penale delle proprie azioni faccia premio su tutto, anche sulle patologie psichiatriche, questo libro non fa per voi.

Il caso di Billy Milligan, criminale statunitense che compì tre stupri ma venne riconosciuto – per la prima volta – come affetto da disturbo dissociativo dell’identità, è un caso “di scuola”. Daniel Keyes ci racconta non tanto la versione del protagonista rispetto ai delitti che nel ’77 sconvolsero l’Ohio, quanto l’alternarsi delle personalità, le infinite fratture dell’io che Milligan affrontò, arrivando a produrre ben 24 identità diverse, ciascuna corrispondente a precisi sentimenti e destinata a diventare la protettrice di una determinata area emotiva. C’era il custode del dolore, quello dell’innocenza, quello dell’odio, quella della tenerezza. E la somma delle parti superava l’unità di base: ciascuna identità aveva caratteristiche uniche che il soggetto principale, Billy Milligan per l’appunto, non era in grado né di conoscere né di gestire.

Esperto di tecnologia, slavo brutale, novello Houdini, medico e pittore, il mosaico delle identità fu sconvolgente per la comunità medica che si trovò ad analizzare il caso. Minore interesse, o per meglio dire una curiosità morbosa, fu invece quello che venne riversato sul protagonista da parte della stampa e della politica: l’influenza dei fattori esterni ebbe un effetto traumatico nella ricomposizione delle fratture che turbavano il soggetto, nella fusione delle sue identità per la neutralizzazione della minaccia.

Mentre scorrevo questo libro, una canzone mi risuonava in testa: “Il Mostro” di Samuele Bersani, pur con le dovute proporzioni e nel rispetto dei protagonisti di quei tragici eventi.

Scritta in modo scorrevole, quasi fosse un romanzo, appassionante dalla prima all’ultima pagina, questa inchiesta è una piccola perla di giornalismo investigativo.

Dimentica il mio nome, Zerocalcare, voto: 3 e ½

In questo racconto di vita familiare, Zerocalcare conferma la sua cifra stilistica. Lo humour copre come uno strato di neve emozioni e sentimenti contrastanti, il dolore per la perdita della nonna e la riflessione sulla fine dell’adolescenza, l’esercizio di nuove responsabilità e le fragilità delle figure genitoriali.

In mezzo c’è un racconto, un po’ più confuso del solito in verità, dove Zerocalcare affronta il tema dell’identità ripercorrendo la storia della persona cara appena scomparsa. Il famigerato “chi siamo” viene così calato in una prospettiva che nulla cede all’indulgenza e si coniuga con una narrazione volutamente vaga, destinata a lasciare al lettore più domande che risposte.

London Underground, Don Winslow, voto: 2 e ½

Una partita scorretta dove alla fine prevale l’esperienza. No, non è una sintesi sulle abilità investigative di Neal Carey, protagonista del romanzo. Questo attacco è una riflessione sul talento di Winslow, che emerge maestosamente anche a fronte di una trama tutto sommato inconsistente. In questo libro i personaggi seguono stereotipi tradizionali e anche il registro usato nelle conversazioni non appare esaltante. Tuttavia l’autore, pur essendo a mille migliaia di distanza dai fasti de “Il cartello”, riesce con espedienti e guizzi letterari a tenere il lettore incollato al racconto, alternando la tensione della storia secondo una tradizionale struttura a chiasmo nel momento in cui cresce la suspense. È una sfida impari: puoi anche approcciarti con tutte le riserve del caso e sparare a zero sulla scarsa introspezione dei protagonisti, ma Winslow alla fine porta a termine il lavoro. Ti regala adrenalina, un thriller dignitoso, coinvolgente a dispetto di ogni premessa. Dannatamente bravo.

La profezia dell’armadillo, Zerocalcare, voto: 3 e ½

È sicuramente l’opera che ha consacrato su scala nazionale il talento del fumettista di Rebibbia. Anticipando temi che verranno poi approfonditi in altre opere, l’autore parte da una storia personale – la scomparsa di un’amica un tempo amata – per compiere un viaggio emotivo dentro di sé, riflettendo sulla caducità delle nostre certezze.

Pur regalando grandi momenti d’ironia, Calcare indugia sul senso della vita e sull’inesorabilità del tempo: non avrà l’acume di Proust nella Ricerca, ma non ha nemmeno le pretese letterarie e enciclopediche dello scrittore francese. Il talento, quindi, non si discute, ma chiunque legga oggi “La profezia”, deve tenere a mente che questa è l’opera prima dell’artista romano, con tutto ciò che ne consegue sulla natura aneddotica che lega le diverse parti del racconto.

Poteri forti (o quasi), Ferruccio De Bortoli, voto: 2

Un’introduzione alle memorie, a tratti inconcludente e certamente incompiuta. Una raccolta confusionaria di punti di vista, buona per togliersi qualche sassolino. L’ex direttore del “Corriere della Sera” e del “Sole24Ore”, nel suo ultimo sforzo letterario, incede sporadicamente nell’aneddotica, prediligendo i giudizi taglienti sulle figure politiche che dominano la cronaca contemporanea. Il paragrafo su Matteo Renzi è effettivamente quello più denso, ma l’impressione – di là dai giudizi personali – è che De Bortoli non abbia mai nutrito la voglia di rivelare alcunché sull’altra faccia del potere, sugli scontri umani con chi ha gestito la cosa pubblica, sui caratteri, miti o burberi che fossero, di chi lo ha accompagnato nel corso della sua brillante carriera. Manca del tutto lo spirito memorialistico. La cifra personale dell’autore emerge soltanto nel finale, laddove si concentra su alcuni protagonisti della nostra epoca (da Montanelli a Maria Grazia Cutuli, passando per Andreatta e Spaventa). Purtroppo lo fa senza alcuna originalità, ripescando vecchi pezzi pubblicati su testate disparate. Le promesse al lettore restano così del tutto disattese.

Psicopolitica, Byung-Chul Han, voto: 1 e ½

Scrivere una recensione su un’opera di filosofia non è semplice perché richiede una riflessione a tutto tondo su argomenti che l’autore ha analizzato, con maggiore o minore perizia, in uno sforzo letterario. Tuttavia la psicopolitica di Byung-Chul Han sembra abbia ben poco in comune coi trattati tradizionali. Intanto l’autore non formula alcuno schema alternativo rispetto al modello neoliberale esistente: vive la condizione moderna con frustrazione e rassegnazione, in una sorta di tacita accettazione dei miti e dei feticci della società contemporanea. La pars destruens serve a elencare, con tono caustico (quasi fosse un sermone per Micromega), ciò che proprio non va all’interno del mondo occidentale e come esso stia contaminando anche le culture vicine. La digitalizzazione del soggetto, il dataismo (dai big data), il panopticon dei social sono concetti empirici che non vengono analizzati in profondità, pretesti per giungere ad una personale visione della vita in cui nulla si salva: né la tecnologia, né il mito del progresso, né la religione, né tantomeno il marxismo, reo di non aver accettato la fine della lotta di classe che è stata interiorizzata da noi tutti come una guerra civile del subconscio quasi permanente. Il messaggio è semplice: “la psicopolitica neoliberale è la tecnica di dominio che, per mezzo della programmazione e del controllo psicologico, stabilizza e perpetua il sistema dominante”. Fatico a comprendere il credito di cui ha goduto quest’opera, pur riconoscendo al saggista di aver individuato importanti spunti, troppo celermente abbandonati. Perfino la bibliografia, con saggi riportati su pagine WordPress, sembra approssimativa.

Le intermittenze della morte, José Saramago, voto: 3 e ½

Saramago non è di facile lettura. Il talento istrionico e la capacità narrativa non si discutono, ma l’uso spensierato della punteggiatura, lo spregiudicato ricorso a maiuscole e minuscole, l’abrogazione universale delle virgolette per le citazioni rendono ogni suo lavoro assai complesso. “Le intermittenze della morte”, fra tutte le sue opere, è forse quella meno ostica e racconta di un paese in cui, a un tratto, nessuno varca più la soglia dell’aldilà. Che ne sarà delle pompe funebri, delle religioni che promettevano la vita eterna, dei falegnami che producevano bare e dei becchini tutti? E come potrà reggere un sistema pensionistico in cui al decadimento fisico degli individui non segue mai la fine naturale della vita? E che sorte avranno gli assicuratori? Il governo si trova innanzi a una difficile sfida, finché la morte stessa non appare per spiegare le sue ragioni e i cambiamenti che intende apporre alle procedure di trapasso. La trama merita lo sforzo. È un tre e mezzo da ritoccare verso l’alto, dipende dalla capacità di sopportazione del lettore.

Il mio Leo Longanesi, Pietrangelo Buttafuoco, voto: 3

Un’antologia di spunti alla Longanesi, un campionario di cattiverie argute, di racconti verosimili e letali, utili a dipingere un contesto, una persona, una situazione o una cultura. Spietato con gli italiani di cui era alfiere, critico verso un regime che gli garantiva il gusto della fronda, scettico verso una democrazia che tutelava il diritto alla mediocrità, Longanesi è stato un talento unico e raro. E Buttafuoco lo ha voluto raccontare ricorrendo soltanto alle sue parole, concedendosi a malapena un prologo in cui spiega il rapporto da lettore instaurato col fondatore del Borghese. Non una biografia, dunque, ma una collezione di pezzi di un intellettuale allergico alle definizioni.

Io, Franco – Manuel Vázquez Montalbán, voto: 5

Un espediente narrativo per scattare una fotografia sulla storia recente del paese, un finto dialogo fra un letterato ed il caudillo per descrivere il livello del dibattito pubblico e storiografico sull’esperienza autoritaria spagnola. Vázquez Montalbán con “Io, Franco” non mira, per sua stessa ammissione, a una narrazione esaustiva dei fatti, ma prova a dare un significato esaustivo alle azioni. Com’è nata la crociata falangista, cosa ha prodotto nella penisola iberica, quali fratture profonde ha creato nella società ispanica e quali vette ha raggiunto la repressione degli sgherri del regime. Montalbán descrive tutto questo immaginando un dialogo con l’ex dittatore, laddove all’intervistato spetta più il ruolo di testimone che quello d’imputato, complice un clima culturale di oblio che ha annacquato nel calderone della storia torti e ragioni di ogni protagonista, quasi che la violenza fosse stata distribuita in parti uguali dal Novecento, eredità e frutto acerbo del secolo scorso.

In controluce appaiono tutte le tensioni ancora irrisolte della Spagna, dall’indipendentismo catalano sino al ruolo della casa reale nella persona di Juan Carlos. Il tema della successione, quello della transizione democratica, perfino i silenzi delle opposizioni trovano nella trama il loro posto e una ragionevole spiegazione. Ne vien fuori un’opera che è al tempo stesso monito e j’accuse nei confronti dei contemporanei, per non soffrire collettivamente di amnesie e vuoti di memoria.

Il cerchio, Dave Eggers, voto: 5

Dave Eggers ritrae, in questo romanzo, un futuro distopico a portata di mano, dove la tecnologia, le connessioni e i social network schiacciano la vita reale fino a divorarla, alla stregua di un gigantesco squalo capace di sbranare tutto ciò che giace nell’ambiente circostante.

Giunto alle vette del successo dopo la rappresentazione cinematografica con Emma Watson e Tom Hanks, “Il cerchio” – nella sua originaria forma letteraria – è profondamente diverso dalla trasposizione su grande schermo uscita nelle sale nel 2017. Eggers si interroga sullo pseudo-comunitarismo delle grandi multinazionali tecnologiche, sul loro impegno sociale e sulla mission finale di questi imperi economici, dando forma, nel romanzo, a uno strano ircocervo che racchiude le caratteristiche di Google, Facebook, Apple, Instagram e WhatsApp.

Al progresso nel campo dell’innovazione fa da contraltare una costante erosione della privacy, una violazione sistematica e articolata della sfera privata di ogni iscritto. Il Cerchio, sotto una coltre di buoni propositi, diventa sempre più una realtà in grado di assoggettare il pubblico, utilizzando ogni strumento per annichilire chi si oppone al nuovo corso della storia. Il risultato, al contrario del film, non è la rovina dall’interno di questo castello fatto di chat e like, ma il suo rafforzamento strutturale, un trionfo che trasforma un non-luogo della rete in una fortezza inespugnabile, in grado di orientare e misurare in metrica ogni aspetto della vita umana. È il canto del cigno di un autore che va oltre la sfavillante luce di tablet e smartphone per indagare sui cambiamenti antropologici, perfino morali, che uno sfrenato consumismo ha saputo instillare nell’animo della società moderna.

Gli anni del terrore, Lawrence Wright, voto: 3 e ½

Prendi un punto e traccia una retta. Sembra essere questo l’approccio ai reportage di Lawrence Wright, giornalista navigato e brillante narratore, capace di descrivere “Gli anni del terrore” jihadista partendo da semplici aneddoti. Agenti di sicurezza e terroristi convinti si scambiano il testimone del racconto, fronti di guerra e teatri di lotta politica si alternano sullo sfondo, così come burocrazie asfittiche e Stati allo sbaraglio: tutto si lega in un unico file rouge.

Le storie si susseguono con un buon ritmo, offrendo elementi che superano la rigidità da bollettino militare ormai introiettata coi telegiornali della sera. Wright indugia non tanto sulla genesi dello Stato islamico o sull’eredità spirituale tramandata a esso da al Qaeda, quanto sull’evoluzione dell’idra integralista, la sua articolazione e la sua trasformazione nell’arco di un ventennio. Senza la pretesa di spiegare le ragioni delle opposte fazioni, ma con la volontà decisa di riportare le testimonianze raccolte, Wright offre una preziosa ricostruzione che ha il pregio di essere scritta (e tradotta) in maniera inappuntabile.
Lincoln nel bardo, George Saunders, voto: 4
Premessa. George Saunders brilla fra gli scrittori di razza della sua generazione: ha fantasia, sa scavare nell’animo dei personaggi che crea, i suoi racconti vanno quasi sempre in crescendo e le qualità letterarie neppure si discutono. “Lincoln nel bardo” è un’opera geniale che a noi italiani, un po’ provincialmente, rievoca tanto Dante quanto l’A livella di Totò.
La storia si spezza fra le voci dei molteplici attori che si alternano sul palcoscenico del romanzo: in mezzo a tanti dannati è difficile capire chi sia l’autentico protagonista della trama, tale è l’abilità del narratore nel concentrarsi su ogni figurante. Come in “Dieci dicembre“, però, ho l’impressione manchi il guizzo finale: nella sua vena innovatrice, per infrangere i canoni della scrittura tradizionale Saunders travolge la linearità della storia, lasciando il lettore col cerino in mano.
Alla fine del libro il fascino dell’autore prende il sopravvento sulla bellezza della trama (come talvolta accade, con le dovute proporzioni, con Baricco). E questo non va.

In lettura: Augustus, J.E.Williams

 

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