L’inganno greco: Tsipras e i suoi compari romani

Alexis TSIPRASPer essere intellettualmente onesti bisogna dire le cose come stanno: l’unica speranza per il Governo Tsipras è che la Germania sia un po’ carogna, che la Merkel adotti nei confronti della sinistra ellenica quella longanimità finanziaria negata agli alleati di ieri, Samaras in testa. Occorre, cioè, che Berlino dia respiro ai creditori, che accetti un cambiamento della politica d’austerità in nome del realismo. Scelta, questa, tutt’altro che scontata: si tratta di una scommessa che il popolo greco ha voluto giocare sino in fondo, stremato dalle disuguaglianze sociali e dalla povertà dilagante.

Come previsto le borse hanno risposto in modo scettico all’avvento del nuovo Esecutivo. In compenso da Roma è arrivata la solidarietà pelosa degli esponenti cool di destra e di sinistra, pronti ad additare Bruxelles per coprire le loro miserie. A sentir loro Tsipras è un compagno (o un camerata) che sta tentando di recuperare l’autonomia perduta. E pazienza se l’intera eurozona è esposta verso la Grecia per 195 miliardi di euro, pazienza se l’Italia è il terzo creditore (per una cifra prossima ai 40 miliardi). I nazionalismi cedono il passo: soldi bruciati, la colpa è della moneta unica.

Ma è davvero così? I dati dicono il contrario: dicono che la troika ha imposto un piano di rientro forse esagerato, ma atto a superare le criticità prodotte dal malgoverno di Atene. Corruzione, clientelismo, sperpero di denaro pubblico per logica partitocratica: sono queste le metastasi che hanno consumato il corpo del malato. Metastasi che noi italiani conosciamo bene, perché il nostro sistema ne ha prodotte di simili, replicandole in scala fra gli osanna dei federalisti alla matriciana.

Come ha notato Manos Matsaganis,

La sinistra radicale ha grossolanamente reinterpretato la crisi degli ultimi cinque anni, facendola passare per una lotta di liberazione nazionale dal giogo straniero. Ha promesso agli elettori un ritorno facile e indolore ai bei vecchi tempi di prima del salvataggio. Ha delegittimato chi non condivide questa opinione come lacché di Fmi e Angela Merkel. Ha riservato gli attacchi più violenti ai commentatori progressisti che hanno osato sottolineare che forse un po’ di austerità e un bel po’ di riforme erano inevitabili per un paese con un rapporto Deficit/Pil del 15 per cento e un’economia con un disavanzo verso l’estero del 16 per cento del Pil, come la Grecia aveva nel 2009. Per Syriza tutto ciò è un’eresia: interferisce con la narrazione semplicistica (“andava tutto così bene fino a quando questi stranieri maledetti non hanno cominciato a immischiarsi nei nostri affari”) e così popolare da spianare la strada al partito verso il potere”.

Torniamo a Roma. Ci culliamo sul fatto che l’Italia sia un paese “troppo grande per fallire”, etichetta – questa – attribuita dall’Economist al Belpaese, ma l’idea che un domani autorità terze possano venire in casa nostra a spulciare i bilanci, per vedere come abbiamo sistematicamente aggirato il vincolo esterno producendo lo sfascio odierno, spaventa la classe dirigente. Ecco allora i corifei del politicamente corretto schierarsi contro l’umiliazione degli ultimi: un solidarismo di facciata che nasconde un’arguzia riprovevole, la volontà di farla franca sventolando il tricolore.

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