Un onorevole TFR: il sussidio esentasse dei parlamentari

La legislatura giunge a termine e i deputati che non saranno rieletti potranno finalmente incassare i 47.000 euro accantonati

Un tempo si chiamava liquidazione, poi i consulenti del lavoro – bontà loro – hanno deciso di utilizzare una definizione tecnica più precisa, presto adottata nel discorso pubblico e negli atti ministeriali: TFR, trattamento di fine rapporto.

Tutti noi, a grandi linee, sappiamo in cosa consiste: è la somma di denaro, accumulata di anno in anno dal lavoratore, e accantonata per il futuro, quando il rapporto professionale giungerà a termine. Un tempo era l’azienda stessa a gestire il processo; successivamente hanno fatto capolino nel sistema i fondi pensionistici privati, lasciando al lavoratore facoltà di scelta.

Ora, la legislatura giunge a termine e anche i parlamentari hanno maturato una sorta di TFR. Non possiamo definirlo così perché potrebbero insorgere di problemi con le associazioni di ex deputati e senatori (esistono, anche se non ci volete credete). Si chiama “sussidio di reinserimento” ed è una pseudo-liquidazione corrisposta agli onorevoli per reintrodurli nel mondo del lavoro dopo gli anni trascorsi fra Montecitorio e Palazzo Madama. Per dire, Alessandro Di Battista o Angelino Alfano potranno beneficiare di questo strumento.

Durante gli anni spesi in Aula, ciascun onorevole accantona – per obbligo – circa 780 euro mensili, detratti da uno stipendio di quasi 14.000 euro netti, con la promessa di recuperarli a fine mandato. Fatti i conti, sono poco più di 9.000 euro l’anno, cioè 47.000 per chi ha completato la legislatura.

Direte voi: e vabbè, è il solito privilegio della casta, ma tutto sommato – considerando i ricchi premi e cotillon di cui beneficiano durante il mandato – come contribuenti ci è andata anche bene. Non esattamente. Perché questo TFR, che TFR non è altrimenti rischio la querela, viene corrisposto in maniera singolare. Mentre le liquidazioni sono sempre tassate, fra il 23 e 27%, questo sussidio è esentasse. Già, i parlamentari non sono tenuti a versare alcun obolo per l’incasso. La formula recita: “importi non imponibili”. È il prezzo della democrazia?

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