L’orso russo e lo scenario siriano, l’Eni e Bruno Vespa

Il presidente russo Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin

Diavolo di un Putin. Stiamo tutti a parlar male della Russia, a dire peste e corna del nuovo Zar, eppure la visione politica del Cremlino è lineare, coerente. La Siria non esiste più: quel paese, così come lo conoscevamo, è imploso e i suoi confini sono saltati sotto il fuoco incrociato di Assad e dei guerriglieri dell’Isis. A questo punto, secondo gli europei, bisogna accogliere i rifugiati e valutare l’evolversi della situazione. Soluzione problematica, perché pone una pezza di fortuna a un esodo biblico: finché a Damasco non sarà ristabilito l’ordine, difficilmente il Vecchio Continente potrà tirare un sospiro di sollievo. E mentre Cameron e Hollande pensano a inutili spedizioni aeree, con bombardamenti a costo zero giusto per alzare la tensione regionale, Putin – che non ha particolari problemi a difendere insolenti dittatori per ragioni di realpolitik – adotta una strategia differente, sostenendo concretamente l’amico “Bashar“. Assad è inviso agli americani e la Comunità Europea lo vuole liquidare. Due valide ragioni che alimentano la simpatia del Cremlino. Di più: i legami economici con la Siria possono fruttare molto a Mosca, anche in virtù di un’alleanza logistico-militare che tiene banco dal 1971. Ora, considerando che Putin si erge a leader del cristianesimo ortodosso e considerando il contenzioso aperto con gli islamisti ceceni, perché non dovrebbe supportare l’ex rais in difficoltà contro l’esercito del Califfo? Perché ha violato i diritti umani? Via, siamo seri: è un’obiezione insensata per chi considera quegli stessi diritti come parte dell’armamentario ideologico e imperialista del sistema americano. Non a caso il ministro degli Esteri, Maria Zakharova, ha stigmatizzato “l’isteria anti-russa” della pigra Comunità internazionale, puntando l’indice contro le organizzazioni terroristiche che contrastano il regime siriano. Sul futuro del paese restano le incognite più grandi, ma mentre Mosca ha una visione organica di come si evolverà la situazione, giusta o sbagliata che sia, Washington annaspa e a Bruxelles si litiga sulla scarsa pietas degli ungheresi.

Noi la sappiamo più lunga. Il fior fiore della cultura progressista comunitaria ha trasmesso un bignami alle autorità dell’Unione. I direttori delle più importanti testate liberal chiedono la sospensione del trattato di Dublino, una maggiore solidarietà verso i profughi e verso gli Stati colpiti dall’esodo, aiuti finanziari e umanitari alle nazioni mediorientali e un non meglio precisato insieme di pressioni diplomatiche sugli attori regionali. L’idea di un’operazione di peace-enforcement non viene neppure ventilata, tanto è stata espunta dal lessico forbito dei salotti buoni. Effettivamente i tagliatori di teste e i gasatori seriali ispirano una naturale propensione al dialogo…

A proposito di gas… Italia ed Egitto si godono il giacimento di Zohr. Il ministro delle Finanze del Cairo, Hany Kadry Dimian, vede nelle nuove risorse scovate dall’Eni la possibilità di innescare una crescita economica senza precedenti, così ha iniziato a pianificare gli investimenti per utilizzare al massimo quel bacino di gas: parliamo di 30 miliardi di metri cubi l’anno. Nel frattempo l’azienda italiana ha scoperto che sotto il mega-giacimento da sfruttare ce ne sarebbe un altro. Così Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, si sta muovendo in proprio, con una politica estera che farebbe invidia alla Farnesina se solo Gentiloni la capisse, auspicando una partnership fra Egitto, Israele e Cipro per creare un unico grande hub nel Mediterraneo.

Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea
Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea

Melodrachma. Le elezioni greche significano poco. Lo ha lasciato intuire Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo Stato dell’Unione. L’Esecutivo che otterrà la fiducia degli elettori il prossimo 20 settembre dovrà rispettare puntualmente gli impegni assunti da Tsipras, altrimenti la Comunità Europea potrebbe guardare ad Atene con meno indulgenza e la prospettiva di un’uscita dal blocco monetario potrebbe essere seriamente presa in considerazione. La rivoluzione della serietà? Forse. In Germania, di contro, Michael Heise disegna un suggestivo scenario: “e se fosse la potenza tedesca a mollare l’Euro?“. Un’ipotesi di scuola, certo, stigmatizzata dall’autore, ma a Berlino si ripropone puntualmente ogni qualvolta la struttura comunitaria traballa sotto la pressione degli eventi internazionali. Vorrà pur dire qualcosa.

Rottamattori. Delle due l’una: o non è ancora tornato dalle vacanze, o con le immersioni subacquee c’è andato giù pesante, fino a rimanerci sotto: Ignaro Marino ha dichiarato che, “da cattolico“, guardare Porta a Porta è alla stregua di un peccato, mondabile soltanto con la confessione. Vespa il suo mestiere lo sa fare, anche coi Casamonica, cui va concesso il diritto di replica. Marino, bah, giudicatelo voi.

Funambolismi. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, continua a dire insistentemente che non farà l’equilibrista in caso di crisi di Governo. Se la minoranza del Pd dovesse fagocitare l’ennesimo leader in ossequio alla bulimia aristocratica di D’Alema, dal Quirinale verosimilmente non arriverebbe il benestare per le urne, e tanti saluti alla “grande scissione”. A quel punto a Palazzo Madama sarebbe un mezzo guazzabuglio e il premier incaricato (Grasso?) dovrebbe raccattare i voti di Berlusconi o elemosinare il consenso in freezer dei pentastelluti. In altri termini, lo stallo del giaguaro. Sapendo la naturale propensione al dialogo dei grillini, più avvezzi al linguaggio dozzinale da osteria che non alle trame parlamentari, l’implosione dem potrebbe fruttare molto soltanto al Cavaliere, rivitalizzato per l’ennesima volta e pronto all’incasso. Cui prodest?

Rispondi