Marchionne, il Manifesto e la stampa d’opinione

La prima pagina del quotidiano comunista ha diviso l’opinione pubblica. È opportuno contestare l’operato di una persona in fin di vita?

Ho sempre provato rispetto nei confronti di quei colleghi che mischiano le carte, stecche nel coro della monotonia contemporanea. Parlar male dei santi, delle organizzazioni non governative, delle realtà no profit è assolutamente legittimo e richiede molto coraggio, a patto che al fondo delle proprie obiezioni vi siano dati concreti, fatti, forse opinabili ma non contestabili. Diverso è il discorso se si prescinde dalla realtà.

La vicenda Marchionne, in tal senso, ha attirato la mia attenzione. Il manifesto ha pubblicato una prima pagina dura sull’eredità dell’AD (vd foto), ricorrendo a un titolo roboante che ha suscitato polemiche. In realtà alla redazione del quotidiano comunista bisognerebbe fare un plauso, se non altro perché Marchionne – di cui non discuto né il valore umano, né le capacità manageriali in questo spazio – è stato un personaggio fortemente divisivo sulla scena pubblica italiana. E la rassegna dei quotidiani in edicola domenica non gli rendeva giustizia.

Revelli, che tutto sembra fuorché un pericoloso stalinista, è rimasto coerente alla propria “lettura sociale”. Ha chiesto alla platea dei lettori se va incensato o meno un amministratore che ha preso le redini di un’azienda con 120.000 impiegati in Italia e ha lasciato in eredità un realtà produttiva con appena 29.000 dipendenti nello Stivale. Un’azienda che ha cambiato sede legale e fiscale, prediligendo l’Olanda e l’Inghilterra al sole del Belpaese. E sì, lo so anch’io che la Fiat era alla canna del gas, che la strategia di Marchionne è stata apprezzata dai mercati internazionali, che in mezzo c’è stata una disastrosa crisi globale. Ma porsi delle domande sul suo operato è lecito o no? Non è questa l’essenza stessa della democrazia? Recita il fondo:

“Cosa è stato Marchionne per la Fiat e per Torino? Cosa ha rappresentato per l’Italia? E in qualche misura per tutti noi, che sotto il segno di auto, industria, finanza abbiamo vissuto e, negli ultimi tempi, patito?
È l’«uomo che ha salvato la Fiat e l’ha portata nel mondo» – come recita la congregazione dei plaudenti – o quello che ne ha decretato la fine facendola americana?
È il manager che ha sburocratizzato la pesante macchina industriale fordista introducendovi lo stile informale e il passo lieve del demiurgo post-moderno, o quello della mano pesante e del tradizionale autoritarismo padronale nei referendum di Pomigliano e Mirafiori?
È l’uomo del futuro, che incarna nella propria visione e nella propria azione un «nuovo paradigma» industriale-finanziario, o è «soltanto» un buon navigatore nella sistematica del caos che caratterizza la nostra epoca, capace di mantenersi a galla grazie alla propria vocazione a cambiar forma?”.

A queste domande non so dare una risposta netta, puntuale. Le trovo, però, del tutto assennate e credo abbiano pieno diritto di cittadinanza nel frangente storico in cui viviamo. Alla famiglia va tutta la solidarietà del caso, ovviamente. Ma non sarebbe stata ipocrita la redazione del Manifesto se avesse riabilitato, in queste meste ore, l’uomo e la sua idea d’impresa?

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