Il colpo di coda: Obama ha preferito l’Iran a Israele

L’Onu si muove con la benedizione della Casa Bianca: se la pace in Medio Oriente non c’è, è colpa dei coloni israeliani

Per le Nazioni Unite gli insediamenti dei coloni sorti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sono “illegali”: il Consiglio di Sicurezza ha adottato la risoluzione 2334, esortando l’Esecutivo israeliano a rispettare gli impegni e a favorire il dialogo. Decisiva, in tal senso, è stata l’astensione degli Stati Uniti al momento del voto, un’astensione dall’alto significato politico: Washington ha blandito, più o meno consapevolmente, gli Stati arabi, da sempre convinti che la sola presenza d’Israele sulla mappa sia un’offesa al mondo mussulmano, un cancro da estirpare con le buone o con le cattive maniere come ebbe a dire l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Ed è singolare che questa escalation di toni contro uno Stato, ricordiamolo, fondato da coloni sia stata compiuta dalla stessa Amministrazione che ha benedetto l’accordo sul nucleare con Teheran.

Un’alleanza in crisi

Il segretario di Stato, John Kerry, e il presidente uscente, Barack Obama, hanno optato per la discontinuità, tirando un ceffone diplomatico al proprio pivot regionale. Lo hanno fatto in prossimità del cambio della guardia, mettendo in scena una rottura simbolica e indirizzando un messaggio preciso a Israele: se il paese intende proseguire sulla strada tracciata dal Likud, deve sapere che resterà solo. 

“An ordinary Israeli who lives or works in the Old City of Jerusalem becomes an international pariah, a potential outlaw — to say nothing of the soldiers of Israel’s citizen army”. Charles Krauthammer

Da quanto trapelato a margine del voto, gli Stati Uniti avevano avvertito Egitto e Nuova Zelanda, paesi proponenti, che la Casa Bianca avrebbe avallato soltanto una risoluzione giudicata “equilibrata”: l’astensione, pertanto, testimonia l’assoluta condivisione di Washington rispetto alle critiche espresse nei riguardi del governo israeliano. Condivisione del resto ribadita in un’improvvida conferenza stampa tenuta da Kerry nelle scorse ore.

L’offensiva in corso

Sulla vicenda pesano indubbiamente i rapporti umani fra il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e Barack Obama. Rapporti freddi per non dire glaciali. Sbaglieremmo, però, a considerare il tutto una semplice schermaglia personale: per la prima volta nella storia la Casa Bianca ha puntato l’indice contro Tel Aviv e l’ha fatto in maniera palese innanzi al consesso internazionale, laddove l’Unesco poche settimane addietro aveva stabilito che il monte del Tempio fosse in realtà un sito arabo, più propriamente definito “il complesso della Moschea”. Già in quell’occasione Netanyahu aveva raccolto ben poca solidarietà tanto nel Vecchio quanto nel Nuovo Continente, segno della profonda solitudine provata dall’unica democrazia della regione. 


Con l’ultima risoluzione gli Usa hanno rincarato la dose: lo Stato ebraico è diventato per la prima volta una minaccia per il processo di pace e l’obiezione storica avanzata dai coloni – “daremo loro le terre quando riconosceranno il nostro diritto a esistere” – è stata elusa. 

Trump a Israele: resistete!

Obama è andato al muro contro muro senza consultarsi con il suo successore, quel Donald Trump che non avrà l’aplomb del premio Nobel per la pace ma che ha saputo immediatamente correggere il tiro, offrendo un ramoscello d’ulivo agli storici alleati. “Tenete duro” è stata l’esortazione giunta dal quartier generale del presidente in pectore.  

Anche il Congresso ha predicato prudenza: bisogna ricucire lo strappo. Leitmotiv condiviso dalla componente dem: come ha evidenziato Peduzzi sul Foglio, “per un partito che deve ricostruire la propria identità dopo una sconfitta elettorale brutale, la divisione su Israele è un fardello pesante” da portare. Ma abbassare i toni non sarà un’operazione semplice.

Il grande satana

Il conflitto è esploso al Palazzo di Vetro, non nelle segrete stanze della Casa Bianca durante un vertice bilaterale fra le parti. Inutile girarci attorno: per le Nazioni Unite Israele è il grande satana, basti pensare che — fra il 2006 e il 2015 — lo Stato ebraico ha incassato sessantadue risoluzioni di condanna. Sommando i richiami ricevuti da tutti gli altri stati presenti all’Onu si arriva a malapena a quota cinquantacinque. Tant’è.


Qualsiasi ripensamento, a questo punto, non sembrerà una concessione oculata sulla via della pace ma rappresenterà, semmai, una mezza capitolazione, una perdita di forza e di credibilità da parte dello Stato costretto a rivedere la propria strategia. In altri termini: un segno di debolezza di fronte agli attori interessati alla partita. E se l’America teme l’assetto multipolare e l’invadenza di Mosca e Pechino, pronte a dire la loro e a erodere ulteriormente il peso di Washington nell’area, Tel Aviv per parte sua non può offrire il fianco ai bellicosi paesi confinanti.

È questa l’impasse che Obama ha alimentato, a suggello di una stagione sbiadita se non apertamente fallimentare.

Un'informazione libera, per essere tale, ha bisogno di essere sostenuta. 
Il tempo è denaro e ogni pezzo è frutto di un lavoro. 
Se riconosci il valore di questo progetto, manda un contributo.