Sull’uso della forza

U.S. and South Korean Marines Hold Joint Landing OperationIl ragionamento espresso stamane da Robert Kagan sulle colonne del Washington Post ha un punto debole. E’ vero: come rileva giustamente l’autore, una grande potenza non deve discutere sulla liceità dell’uso della forza a livello teorico, ma sulle opportunità di ricorrere ad essa in relazione a risultati effettivi, tangibili. Su queste coordinate bisognerebbe giudicare l’operato dei governi.

E tuttavia la società occidentale è ancora capace di soffrire la pressione pubblica generata da un conflitto? Fuor di retorica: sappiamo accettare le conseguenze brutali di una guerra (penso all’immagine dei corpi dilaniati dei civili)? O l’utilizzo di droni, le “missioni di pace” politicamente corrette, le immagini di Abu Ghraib hanno definitivamente affossato qualsiasi declinazione aggressiva del cosiddetto realismo politico?

Attorno a questo quesito insoluto ruota la funzione di un Occidente talora parte in causa (Iraq, Afghanistan), talaltra arbitro e mediatore (Gaza).

Il ritorno della geopolitica

Il vecchio mito sulla Storia che finisce, da Hegel a Fukuyama, viene riletto puntualmente da Walter Russell Mead. A differenza dei soloni occasionali, l’analista di Foreign Affairs non dimentica la completezza dell’opera del politologo statunitense. In tal senso l’odierno slittamento dalla geopolitica all’economia dello sviluppo, con tutto ciò che esso comporta, e più in generale la disattenzione ai tradizionali equilibri novecenteschi risultano anacronistici a fronte della sfida internazionale lanciata da Iran, Russia e Cina.

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