Il ritorno della geopolitica

Il vecchio mito sulla Storia che finisce, da Hegel a Fukuyama, viene riletto puntualmente da Walter Russell Mead. A differenza dei soloni occasionali, l’analista di Foreign Affairs non dimentica la completezza dell’opera del politologo statunitense. In tal senso l’odierno slittamento dalla geopolitica all’economia dello sviluppo, con tutto ciò che esso comporta, e più in generale la disattenzione ai tradizionali equilibri novecenteschi risultano anacronistici a fronte della sfida internazionale lanciata da Iran, Russia e Cina.

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Mogherini batta un colpo

La politica internazionale è sempre stata politica di potenza e per quanto la storia recente abbia potuto produrre o promuovere nuovi registri, il revisionismo russo sui confini dell’Europa orientale testimonia nitidamente come la logica dei blocchi – lungi dall’essere stata scalfita – cristallizzi ancora oggi i rapporti di forza fra Stati Uniti e Russia. Washington e Mosca ingaggiano un autentico duello (una guerra di nervi, come ai tempi di George Kennan), rispolverando da un lato il contenimento, dall’altro una frustrata vocazione imperiale.
Il vecchio Continente torna così ad essere periferia dell’Occidente: teatro di uno scontro che subisce e non gestisce, nella generale impotenza delle istituzioni comunitarie. Di fronte alle grandi trasformazioni che hanno letteralmente sconquassato la stabilità ucraina, ogni cancelleria ha reagito in maniera diversa. Si è proceduto in ordine sparso, soppesando gli interessi strategici nazionali e manifestando una vocazione autonomista che lady Ashton non ha saputo circoscrivere. Il preludio è l’amor patrio, l’epilogo è il nazionalismo particolarista. Come ai tempi della guerra in Libia, come durante la guerra in Iraq, come agli albori della crisi nel Kosovo, le consultazioni lampo non hanno prodotto alcuna unità d’intenti: servono al più come testimonianza per le generazioni future, al fine di evitare un giudizio sommario che potrebbe essere emesso con cinica perfidia dal tribunale della storia. Non è questo che c’aspettiamo da una sana politica.

Federica Mogherini, la stessa che voleva un dicastero “meno tecnico e più politico” e che intende scongiurare il rischio di una grossa coalizione europea, ha spiegato che il compito della Farnesina è evitare una possibile spirale di violenza. Forse l’esponente del Pd intendeva dire che quello è il fine della diplomazia tout court, poiché da un governo forte e serio, da un gabinetto in salute, ci aspettiamo qualche dichiarazione di principio e la definizione di un approccio strategico su una questione di così centrale rilevanza. Vorremmo cioè capire se l’Italia sta dalla parte di Kiev o dalla parte del Cremlino, vorremmo comprendere cosa intende fare Palazzo Chigi per la difesa dei confini ucraini e per la sicurezza europea, vorremmo sapere se Roma riconosce o meno la legittimità del referendum in Crimea e se il futuro presidente di turno dell’Unione intende perorare la causa di una popolazione minacciata nella propria integrità territoriale. Ci serve una cartina di tornasole.
Non è la prima volta che Putin alza il tasso di conflittualità nella regione. L’ Abkhazia e l’Ossezia dovevano fungere da monito. Kissinger amava dire:

Una strategia politica deve basarsi come minimo su questi tre elementi: un’analisi rigorosa, che stabilisca l’ambito delle scelte possibili; una preparazione meticolosa; e infine la capacità di prendere subito l’iniziativa. Quando è in atto una crisi, la passività non fa che accrescere l’impotenza: alla fine ci si trova costretti ad agire proprio sui problemi e nelle condizioni di gran lunga meno favorevoli”.

Ripartiamo da qui, ponendo innanzi alle potenze alleate le questioni concernenti il dossier Eurasia. La Nato serve a questo. Per un paese-cerniera qual è l’Italia, terra di confine fra Est ed Ovest come fra Nord e Sud del mondo, è una tematica prioritaria, nonché un buon terreno su cui misurare il tasso di affidabilità internazionale del nostro esecutivo.
MONDOPERAIO, 26/04/14

Anoressia: il Cerchio rischia ancora

Un’autentica odissea. L’esperienza del Cerchio d’Oro, il centro messinese di diagnosi specializzato nella cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), è stata finora costellata da difficoltà amministrative, ostacoli frapposti da lungaggini burocratiche. Nato nell’autunno del 2004 come progetto sperimentale su indicazione dell’Asp, esso è divenuto negli anni successivi un’Unità Operativa, una realtà in grado di fornire ai pazienti una struttura semi-residenziale efficiente, coordinata da un’equipe d’esperti. Il centro, in linea coi parametri europei imposti dal Ministero, è oggi considerato un polo d’eccellenza: costituisce un’avanguardia in tutto il meridione e registra ogni settimana sei nuove richieste di visita, monitorando circa 290 pazienti. All’utilità clinica si aggiungono, pertanto, la produttività economica ed il servizio sociale reso alla comunità, il tutto a fronte di 120.000 euro di spesa annua. Un’inezia.
Come abbiamo raccontato il 14 Febbraio, però, l’attività del centro è perennemente messa in discussione dal mancato rinnovo della convenzione regionale. L’undici agosto è fissata la nuova deadline, l’ultima scadenza sancita dalla stessa. Se entro quel termine l’assessorato regionale non dovesse prendere alcuna iniziativa, allora si andrebbe incontro ad un inevitabile effetto domino: verrebbero interrotti i finanziamenti con la consequenziale sospensione della continuità terapeutica. Una scelta sciagurata, che già in passato ha compromesso il percorso di recupero iniziato da parecchi utenti.

Proprio per questo motivo, Lunedì 14 l’associazione Korakanè – una realtà che dà voce alle famiglie dei ragazzi afflitti da bulimia e anoressia – ha incontrato il sindaco Accorinti a Palazzo Zanca, chiedendo al primo cittadino un impegno effettivo, una concreta azione diplomatica presso le istituzioni regionali. “Non possiamo fare come gli struzzi, bisogna dar voce al nostro malessere. Non possiamo ignorare il diritto alla tutela della salute, un diritto costituzionale, sospendendo e riattivando ciclicamente un servizio che è di vitale importanza non solo per i messinesi, ma per i siciliani e per i calabresi tutti”, ha affermato in un colloquio con noi la presidente Rita Sasso. Accorinti ha ascoltato attentamente le istanze dell’associazione, promettendo il supporto della giunta: oltre alla prevenzione, serve la cura vera e propria per chi è affetto da questi disturbi e le istituzioni non possono restare silenti spettatori di fronte a patologie che reclamano qualcosa in più della mera assistenza ambulatoriale.

Colpisce, in tal senso, la testimonianza di F.M.: “Ero soddisfatta ed orgogliosa di quei chili che andavano via. Ma poi, col tempo, ho capito che l’unica cosa che scendeva non era un numero, ma me stessa, quello che ero, quello che volevo essere, quello che volevo diventare, quello cui ambivo. Stavo perdendo di vista la mia anima”. Le fa eco M.T.F., che non a caso pone l’attenzione sull’importanza strategica del Cerchio e sulle incognite a venire: “E’ un problema che avanza, che ci divora, vogliamo sapere verso quale futuro intendano destinarci”.
G.L.
Venerdì 18 aprile 2014