Silvio è vivo e Letta insieme a noi

Diciamo le cose come stanno e fughiamo i luoghi comuni: a noi italiani Berlusconi conviene. Conviene, sissignore. Perché in fondo quattro sono gli argomenti che affrontiamo con arguzia e con cipiglio: il calcio, la politica, le donne e la televisione. E Berlusconi, bontà sua, ci va a genio perché racchiude in sé tutte le categorie. Di più: divide la platea in due. O stai con quelli che danno di gomito alla battuta sull’orchidea, o inorridisci di fronte a ciò che Eduardo De Filippo avrebbe opportunamente definito “guaglionesca scostumatezza”.

Il fatto che le tesi accusatorie della Boccassini si siano rivelate piuttosto fragili non ci tange minimamente. Se condanna doveva essere, qualcuno avrebbe protestato contro le solite toghe rosse, i nostalgici di Stalin; fintantoché assoluzione è stata, giù a dare di matto fra cospirazionisti (“avrà pagato la sentenza?”) e reprobi (“resta un maiale”). E’ così dai tempi di Guareschi. Leggi tutto “Silvio è vivo e Letta insieme a noi”

Gaza come San Siro: chi non salta è israeliano

C’è qualcosa di pruriginoso nella campagna online per la liberazione della Palestina, qualcosa di falso, di stonato, nel pietismo che suscitano le vittime dei raid israeliani. Perché l’ostentazione di scatti che naufragano nel dolore dei corpi è in sé un atto tremendamente indiscreto e se esso  non è compiuto con una certa solennità, con profonda pietas, ogni buona istanza, ogni buona ragione, finisce col cedere il passo alle più bieche strumentalizzazioni.

La condivisione sui social-network di scatti rubati alla guerra dovrebbe aprire una questione morale, invece emerge un fastidioso moralismo spicciolo, un antisemitismo mascherato che mira ad evidenziare la discriminante fra buoni e cattivi, trascurando del tutto torti e ragioni. Come ebbe a dire Amos Oz, l’essenza di questa tragedia è che a scontrarsi siano due diritti egualmente validi, diritti che inesorabilmente finiscono per confliggere. Leggi tutto “Gaza come San Siro: chi non salta è israeliano”

Sull’uso della forza

U.S. and South Korean Marines Hold Joint Landing OperationIl ragionamento espresso stamane da Robert Kagan sulle colonne del Washington Post ha un punto debole. E’ vero: come rileva giustamente l’autore, una grande potenza non deve discutere sulla liceità dell’uso della forza a livello teorico, ma sulle opportunità di ricorrere ad essa in relazione a risultati effettivi, tangibili. Su queste coordinate bisognerebbe giudicare l’operato dei governi.

E tuttavia la società occidentale è ancora capace di soffrire la pressione pubblica generata da un conflitto? Fuor di retorica: sappiamo accettare le conseguenze brutali di una guerra (penso all’immagine dei corpi dilaniati dei civili)? O l’utilizzo di droni, le “missioni di pace” politicamente corrette, le immagini di Abu Ghraib hanno definitivamente affossato qualsiasi declinazione aggressiva del cosiddetto realismo politico?

Attorno a questo quesito insoluto ruota la funzione di un Occidente talora parte in causa (Iraq, Afghanistan), talaltra arbitro e mediatore (Gaza).