Papa Francesco, abbia pietà: non siamo pronti ad affrontare le minacce al Giubileo

Il Santo Padre a bordo della Papa-Mobile
Il Santo Padre a bordo della Papa-Mobile

Il viaggio di Papa Francesco in Africa è il preludio al Giubileo della misericordia che si terrà non nello Stato Pontificio propriamente detto, ma a Roma, nella capitale di uno Stato laico che si esporrà – per ragioni di eccellente vicinato – ai rischi legati alla minaccia terroristica.

Ora, come cattolico sono felice che il Pontefice non abbia alzato bandiera bianca, non si sia arreso alla cieca violenza di una certa concezione dell’islam politico, volta a spaventare l’opinione pubblica mondiale fino a disumanizzarla, fino a rendere la routine un rischio. D’altra parte, però, sono anche italiano e la convinzione cavouriana che la Chiesa sia libera in uno Stato altrettanto libero alberga nel mio cuore – sia esso prudente, vigliacco o secolarizzato decidetelo voi.

La decisione di Papa Francesco di non venir meno alla parola data rappresenta un problema per l’intero Stivale, perché secondo le previsioni annunziate dalla stessa Santa Sede circa 10 milioni di fedeli si riverseranno in Italia, proprio nel momento in cui le autorità internazionali – europee e non – dichiarano che i raduni di massa costituiscono un vistoso rischio per la tutela della sicurezza pubblica.

L’idea che Roma sia presidiata militarmente dall’Esercito, dai Carabinieri, dalla Polizia e chi più ne ha più ne metta non tranquillizza neanche un po’. Parliamo di una metropoli che ha circa tre milioni di abitanti e si estende su una superficie sconfinata. Sostenere che i corpi speciali possano presidiare ogni viuzza, ogni strada, ogni arteria del traffico è follia e ribadire che ciò non serve, sostenere – cioè – che lo sforzo debba essere profuso soltanto nelle zone considerate “sensibili”, mi sembra oltremodo sciocco: se un islamista dovesse far saltare una borgata, nessuno andrebbe a verificare l’accaduto? E se qualcuno si recasse in loco, non si registrerebbe il fondato pericolo che un’altra zona, magari a elevato rischio, resti scoperta? O riverseremo per il Giubileo ogni agente d’Italia nella capitale, lasciando tutto il resto del paese nelle mani non già della carità papale, ma della misericordia divina?

Sono obiezioni, le mie, che possono suonare sinistre a chi pensa che i gufi siano sempre dietro l’angolo, a chi ritiene che – come per l’Expo – questa sia una sfida a portata di mano. Sarà, ma sulla scorta dei fatti di Parigi un po’ di prudenza, laica e accorta, sarebbe auspicabile. Vieppiù considerando come in questo paese si pongano all’ordine del giorno battaglie laiciste sugli embrioni o sulla comunione ai divorziati, sconfinando nei precetti della fede, salvo essere poi assolutamente remissivi quando si tratta di porre al centro del dibattito il problema della sicurezza di Roma.

Il Governo garantisce che il lavoro dell’intelligence sarà accurato, che non dobbiamo guardare alle sfide del futuro con sospetto o con paura. Lungi da me attaccare chi si occupa della nostra sicurezza senza aver mostrato, finora, delle blande défaillances. Ma in quel “finora”, non menzionato casualmente, si celano le umane remore. Perché se un dato traspare dai fatti del Bataclan, e dalla storia dei movimenti terroristici ispirati al Corano in generale, è che la guerriglia rappresenta il modus operandi per eccellenza di siffatte sigle ed impedire una raffica di mitra, improvvisata da criminali che hanno per giunta il passaporto comunitario, non appare l’opzione più facile da porre in atto.

Per tutte queste ragioni il dibattito sul Giubileo meriterebbe un ulteriore approfondimento: perché non saranno le Guardie Svizzere a proteggerci, con buona pace delle rimostranze di Sua Santità, ma funzionari e agenti dello Stato chiamati a uno sforzo sovraumano. E se Papa Francesco è libero di predicare il Verbo di Dio, anche a costo del sacrificio personale, non si può chiedere lo stesso tributo ai funzionari dello Stato che operano indossando una divisa e che devono affidare il proprio destino alla scelta, un po’ cocciuta, di un’autorità morale.

Mattarella, Renzi, Alfano non dovrebbero insomma accogliere qualsiasi richiesta d’Oltretevere, ma dovrebbero ragionare secondo uno spirito pragmatico.

Al Papa, poi, giungono le perplessità dei cristiani d’Italia: se è l’impostazione “novatoria” la caratteristica di questo Pontificato, non si poteva rivisitare il concetto stesso di Anno Santo, ponderando nuove possibilità e favorendo la dimensione universale e parrocchiale dell’evento? Davvero siamo su un piano inclinato e costi quel che costi bisogna andare avanti?

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