La Sicilia sinistra: cosa resta dopo le elezioni perse

Oltre la lunga notte elettorale nell’isola. Così la sinistra rischia l’estinzione: Mdp e Pd fuori dai giochi. Per Fava e Micari l’onore delle armi

Il dibattito che si è aperto a sinistra dopo la sconfitta elettorale in Sicilia offre alcuni utili spunti di riflessione in chiave nazionale.

    1. Numeri alla mano, la scissione di Mdp non ha mandato a rotoli il centro-sinistra. Claudio Fava ha riscosso il 6% dei consensi. Se sommiamo i suoi voti a quelli di Fabrizio Micari (18%), espressione del Pd, il risultato non cambia: terzo posto e cucchiaio di legno per l’allegra brigata.
    2. D’Alema e i bersaniani escono notevolmente ridimensionati dallo strappo nell’isola: Fava è un candidato autorevole e ha raccolto un consenso più vasto di quello rivendicato dalla sua compagine. L’aver ottenuto una percentuale tanto bassa nelle urne dovrebbe suonare come un campanello d’allarme in vista delle prossime elezioni nazionali. Il rischio è quello dell’irrilevanza: sconfitti e privi del potere di ricatto nei confronti del PD, Speranza & c. potrebbero andare incontro all’estinzione
    3. Matteo Renzi, a sua volta, non può sorridere. Dal 4 dicembre non ne ha azzeccata mezza, neanche per sbaglio. Inseguire i 5 Stelle sul terreno dell’antiparlamentarismo viscerale – vedi la polemica su Bankitalia per la sostituzione di Visco – non ha fruttato un voto e l’abbraccio del Nuovo Centro Destra è stato accolto dal grande gelo della base, ormai in crisi identitaria.
    4. C’è, poi, una mutazione antropologica dell’elettorato di sinistra, tradizionalmente militante. Micari, infatti, ha riscosso meno consenso rispetto alle liste che lo supportavano, segno che il voto disgiunto ha premiato l’autorevolezza di altre candidature. A chi sono andati questi benedetti voti? A Musumeci, preferito dai centristi? A Fava, più autorevole fra i compagni? O a Cancelleri, ben visto dagli incazzati? Libera interpretazione. Certo è che un tempo la sinistra perorava la causa del doppio turno alla francese e del voto disgiunto: adesso la tendenza è invertita, seguendo quella strada è morte certa.
    5. Il convitato di pietra è Rosario Crocetta. I siciliani non hanno bocciato Micari, visto volgarmente come “un pesce senza sangue”: hanno voltato le spalle al reuccio di Gela, reo di aver cambiato assessori, di aver arruolato ex magistrati, di aver sperimentato all’Ars ogni formula geometrica pur di dare peso, forma e sostanza a una maggioranza priva d’anima e povera d’idee. La sconfitta del Governatore segna la fine di un’epoca. Non basta dire “non sono indagato” per ottenere la rispettabilità politica.
    6. Angelino Alfano – ministro degli Esteri, già passato dagli Interni e dalla Giustizia – non ha un voto. Nella sua roccaforte natìa naviga attorno al 4%.
    7. Messina è lo specchio della Trinacria e meriterebbe maggiore considerazione nei giochi di potere dell’isola. Il matrimonio fra il Megafono e il Pd a trazione genovesiana portò, cinque anni addietro, all’exploit del centro-sinistra su scala regionale. Col passaggio di Francantonio Genovese in Forza Italia il gioco si è rotto. Alla corte del Cavaliere sono tornati anche Nino Germanà (ex NCD) e Santi Formica, già capogruppo della Lista Musumeci all’Ars. Ne è venuta fuori una macchina da guerra delle preferenze, progettata con cura da Gianfranco Miccichè, redivivo protagonista della vittoria elettorale. Sullo Stretto il Pd ha issato bandiera bianca: le cure di Ernesto Carbone e Paolo Starvaggi non sembrano aver sortito alcun effetto.

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