Più Pecorelli che Montanelli: la ricetta del Fattone

Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano
Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano

In principio fu il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, l’onnipresente Gianni Letta, braccio operativo dell’odiato Cavaliere, considerato un maneggione da strapazzo e menato al battesimo in edicola. Poi è stata la volta di sindaci, consiglieri comunali, deputati regionali, parlamentari e premier: indagati o intercettati e dunque colpevoli.

Il capolavoro, però, è stato il Quirinale, trascinato a forza in uno scandalo – quello sulla trattativa Stato-mafia – che non aveva ragion d’esistere ma che si è rilevato una manna dal cielo per la tiratura. Napolitano trattato come Al Capone, presentato all’opinione pubblica come un punciuto, un uomo d’onore intento a insabbiare le verità nascoste. E pazienza se quelle verità erano offerte tanto al chilo da un pataccaro come Ciancimino, figlio di cotanto padre, ritenuto un millantatore dalla stessa giustizia italiana. Il tribunale più importante emette le sentenze ogni mattina, sotto uno strillone stampato su una testata rossa.

Il Fatto Quotidiano, aiutato da una mandria di mariuoli solerti nell’offrire la materia prima, ha potuto così attaccare ogni istituzione, laica o religiosa, dal Colle alla torbida Curia, senza andar troppo per il sottile e soprattutto perdendo spesso il senso della realtà. Lo stile scandalistico, l’offesa calibrata, l’uso sapiente delle storpiature dei nomi – come ai tempi del “Borghese degli anni più torvi” (cit. Ezio Mauro) – hanno concesso all’organo diretto da Travaglio di diventare, in breve tempo, il pulpito dei giustizialisti d’Italia. Un foglio in grado di raccogliere il meglio, che poi sarebbe il peggio, delle procure dello Stivale, offrendo sempre la merce giusta al momento giusto, la polpetta avvelenata in grado di inquinare il clima.

Così fu per la Merkelculona inchiavabile“, un commento attribuito a Berlusconi e mai registrato in alcuna intercettazione. Così è adesso, con una Roma tirata a lustro e costretta ad affrontare l’emergenza sicurezza legata al Giubileo. Quale miglior occasione per insozzare l’abito di Tronca, dandogli del raccomandato, levandogli l’aria da angioletto? Quale evento più propizio per dar voce ai poveri venditori ambulanti di souvenir, costretti a sbaraccare dalle strade della Capitale mentre provano a sbarcare il lunario? E pazienza se il decoro della Basilica di San Pietro ne risente, pazienza se la Municipale adempie ai suoi doveri.

In un paese in cui lo Stato tratta con la mafia, occhiolino e colpetto di gomito a teatro, il Governo se la prende con chi mendica risorse! Che indecenza! E via, la rete è già pronta a metabolizzare il Verbo, ad estrapolare i brani del vangelo di Marco, presunto erede di Montanelli assai più incline ad emulare Pecorelli. Ed è tutto un pollicione su Tze Tze o su qualche altra piattaforma “indipandante”, l’occhio ceruleo e profondo che affianca il commento malizioso e sagace. Sublime capolavoro estetico.

Sarà un caso, ma mi sovviene l’Eco delle Sirene di Carmen Consoli: “Saremo pronti a celebrare la vittoria e brinderemo lietamente sulle nostre rovine“.

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