Putin è una minaccia per la sicurezza internazionale?

La politica del Cremlino ha gli stessi capisaldi di un tempo: rafforzare l’immagine di Mosca e creare una barriera protettiva sul fronte europeo

I leader carismatici, in Russia, si rafforzano ulteriormente perché col loro piglio ottengono l’ammirazione popolare. George Friedman, fine analista internazionale e fondatore di “Geopolitical Futures”, venticinque anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica ha vagliato lo stato di salute della Federazione, partendo dal profilo di chi oggi detiene il potere politico: Vladimir Putin.

Friedman, nella sua disamina, ricorda gli anni di servizio prestati dal presidente all’interno del Kgb e la svolta ortodossa, in senso religioso, resa pubblica da un lustro. Nel paese che si era imposto di considerare la religione come l’oppio dei popoli, questo revival spirituale non è passato inosservato, viepiù se esso fa da contraltare nell’immaginario collettivo alla secolarizzazione registrata nel Vecchio Continente.


Gli stati cuscinetto

I fronti caldi, sotto il profilo strategico, sono sempre gli stessi: di là dall’egemonia nell’area euroasiatica, il Cremlino esige una sorta di barriera protettiva ai suoi confini, composta da quegli Stati cuscinetto che già in passato persero la propria autonomia per garantire stabilità alla “madrepatria”.

Il salvataggio di Assad, considerato il depositario del verbo russo in Siria, da questo punto di vista è stato un azzardo: Putin – sempre secondo Friedman – non avrebbe impegnato l’esercito perché ispirato da ambizioni di medio periodo nella regione; lo avrebbe fatto semplicemente perché poteva farlo, poteva cioè imporre alla comunità internazionale il pieno ritorno di Mosca fra i grandi della terra.

Tutta la retorica sui cyber-complotti alimentata da Clinton e Obama, la litania sulle irregolarità registrate durante le elezioni americane, ha portato ulteriore acqua al mulino del presidente russo. Dando velatamente adito ai rumor d’oltreoceano, questi ha dimostrato di poter tenere testa a Washington senza troppi problemi, salvo poi smentire le accuse della Casa Bianca e il carico di prove che essa giura di poter addurre.

Il ritorno degli utili idioti

Di fronte alla domanda più importante, se Putin rappresenti o meno una minaccia concreta per l’equilibrio internazionale, la risposta più sensata sembra essere “dipende”.

Il finanziamento dei movimenti nazionalisti per spaccare l’Unione Europea non è certo una novità: esso rientra in una vecchia tattica novecentesca, allorquando i partiti comunisti nazionali erano considerati i cavalli di Troia indispensabili per destabilizzare il versante occidentale. Se Putin aspirasse esclusivamente a esasperare le frizioni nel Vecchio Continente, il danno sarebbe tutto sommato contenuto; se invece Putin credesse di aver assunto il potere di telecomandare a distanza i suoi ammiratori, allora la sostanza delle cose potrebbe cambiare.

«He is playing the game he can, collecting “useful idiots” in the hope that something will turn up» scrive Friedman, lasciando intuire che un’eccessiva conflittualità, in questo momento storico ancora convulso, potrebbe essere nociva per la Casa Bianca. Le occasioni di scontro, tuttavia, non mancano.

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