L’ultimo smacco: così Putin ha gelato Obama

Il presidente russo non ha raccolto le provocazioni di Washington. Offrendo un ramoscello d’ulivo, il Cremlino ha archiviato la stagione democratica

Quali fossero i principi del piano è ormai abbastanza chiaro. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, lo scorso 29 dicembre ha espulso 35 diplomatici russi per mettere pressione su Vladimir Putin. Gli emissari del Cremlino avrebbero avuto un ruolo nelle azioni di hackeraggio subite dagli Usa durante la campagna elettorale. C’è perfino un dossier, in realtà alquanto controverso, che evidenzierebbe una loro diretta responsabilità.

La strategia della tensione

Il muro contro muro, logica conseguenza dell’approccio muscolare voluto dall’Amministrazione Usa, poteva essere una benedizione per i democratici. Il successore alla Casa Bianca, Donald Trump, dovrà infatti fare i conti con un Congresso amico, a larga maggioranza repubblicana, poco incline – però – a seguire la strada della distensione con la Russia sostenuta dal comandante in capo. Far emergere da subito un contrasto fra Parlamento e presidenza era il modo migliore per iniziare l’anno nuovo.


Del resto, da tempo, Washington e Mosca hanno maturato una reciproca diffidenza ed era lecito immaginare che Putin raccogliesse il guanto di sfida: per questa ragione, allo Studio Ovale, era attesa una reazione decisa e proporzionata da parte del Cremlino.

Putin non abbocca

Nelle prime ore i media occidentali dipingevano un Putin arrabbiato, fermamente intenzionato a chiudere la scuola anglo-americana di Mosca; successivamente le stesse testate spiegavano che il presidente russo stava parzialmente correggendo il tiro, limitandosi a una ritorsione nei confronti di 35 americani ritenuti “spie”. Poi il colpo di scena: Putin ha spiegato di non voler prendere alcun provvedimento contro i rappresentanti del governo Usa e ha auspicato rapporti migliori per l’immediato futuro. Di più: ha esortato i figli dei diplomatici statunitensi a festeggiare insieme l’anno nuovo, un ramoscello d’ulivo quale buon proposito per il 2017.

È stata una mossa vincente: Rex Tillerson, ceo di ExxonMobil e segretario di Stato designato, all’alba dell’insediamento non troverà un dossier scottante sulla sua nuova scrivania. Potrà fare tabula rasa della conflittualità ereditata da Kerry, aprendo un confronto su Siria, Ucraina ed Europa Orientale col suo omologo, Sergej Lavrov. Il leitmotiv  sarà sempre lo stesso: “America First!”.

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