Quei padrini del cliché: la Volkswagen e i saltimbanco da salotto

Susanna Camusso e Maurizio Landini
Susanna Camusso e Maurizio Landini

La raffazzonata etica economica venduta tanto al chilo dalla stampa italiana sul caso Volkswagen non smette di stupire. Per carità, finché a interrogarsi sulla credibilità del sistema tedesco è il presidente dell’Unicredit, bontà sua potremmo toglierci il cappello. Il parere finanziario di un esperto rientra nelle regole del gioco quando si affrontano simili dossier, sebbene la solidità del sistema bancario non sia stata un fulgido esempio nel passato recente, qualcosa cui attingere o quantomeno da ammirare con giudizioso rispetto. Se ciascuno facesse il suo, anziché dispensare consigli in giro per il mondo, forse le rispettive sfere d’azione ne beneficerebbero parecchio, e siccome l’Unicredit qualche guaio in casa ce l’ha…Ma tant’è.

Al netto di questa valutazione squisitamente personale, quando a esporsi contro la VW sono i pennivendoli del politicamente corretto, impegnati a menare i microfoni per scaricare livore sulla compagnia d’auto tedesca, allora vien da ridere. Da ridere, sì, perché fino a poche settimane fa l’azienda d’oltreconfine era l’Eden assoluto e la Fiat di Marchionne rappresentava, invece, il volto luciferino del capitalismo alla vaccinara. Oggi tabula rasa, tutto è alla rovescia, però i pubblici ministeri di ieri pretendono di rimanere attaccati al proprio scranno senza modificare di una virgola il castello accusatorio, semplicemente spostando o ampliando il raggio del bersaglio.

Sarebbe interessante, ad esempio, capire il giudizio di Landini su questa vicenda. Landini Maurizio, professione ospite nei talk show, sindacalista formatosi alla scuola di Leningrado, rischia il clamoroso autogol e con naturale nonchalance “guarda e passa”. Nel suo j’accuse rivolto alla società torinese, redatto in tempi non sospetti, l’uomo di punta della Fiom – che intanto ha perso iscritti e credibilità durante il suo mandato pontificale – ha sempre detto a chiare lettere che il modello da seguire era quello della società di Wolfsburg. Tecnica, ricca, attenta alle esigenze degli operai, capace di stare sul mercato per gli investimenti stanziati nel settore della ricerca, la Volkswagen rappresentava la Gerusalemme liberata del settore automobilistico. Non eravamo ancora all’agognata rivoluzione dei soviet, porca l’oca, ma a dei despoti illuminati questo almeno sì. Altro che occhialuti babbei col maglione radical-chic capaci di presentare un solo modello in 5 anni.

E che dire di Susanna Camusso, la solerte segretaria generale del più grande sindacato italiano, la fiera oppositrice di Matteo Renzi che guardava all’esempio vicino con invidia e  ammirazione, sputacchiando sul Marchionne di turno che voleva sprovincializzare la Fiat americanizzandola, meschino e rozzo come un McDonald, anziché internazionalizzare l’azienda piemontese in senso lato, com’era doveroso che fosse.

Ci sono stati altri impostori nei partiti, soprattutto nella sinistra radicale, esterofila per vocazione fintantoché bisogna arricciare il naso sulle nostre miserie. Potremmo citarli uno per uno, questi campioni, ma talmente scarsa è la loro credibilità politica o talmente stridente è stata la loro dipartita dalla scena pubblica (ciao Fausto, ciao Tonino, hasta la victoria!) che evidenziare i loro errori sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Adesso che Papa Francesco viaggia su una 500 per andare a trovare Barack Obama, adesso che vien fuori il patatrac dei software alterati sui motori diesel, questi Pulcinella da salotto – a vario titolo – puntano il dito contro il sistema tedesco, e attorno a questa parola, sistema, con i contrastanti istinti emotivi e oscuri che essa offre in dote, tentano di montare il caso e di rifarsi una verginità. Così tirano la giacchetta alla Merkel, vituperata per l’austerità, o azzardano fendenti contro il capitalismo per portare acqua allo squinternato mulino della decrescita. Sparano ad altezza di telecamera un campionario d’idiozie variopinto che sposta l’attenzione dai loro errori e gli consegna, as usual, la solita cattedra, il solito pulpito da cui gongolare.

Nessuno, dico nessuno, coglie l’unico problema di rilevanza pubblica che riguarda, almeno per il momento, gli italiani: anni e anni d’incentivi fiscali stanziati dallo Stato alle compagnie molto “eco” e molto “green”, offerti per restare sul mercato e salvare il pianeta, a cosa diavolo sono serviti?

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