Renzi non vuol fare la fine di Rajoy

Il presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di fine anno, tira le somme sul lavoro svolto dall’Esecutivo e svincola il giudizio sull’operato del Governo dalle prossime elezioni amministrative (Roma e Milano). Per Renzi la vera sfida sarà quella del referendum costituzionale: una mossa furba che ridimensiona le aspettative della minoranza. E proprio all’opposizione guarda Palazzo Chigi: la battaglia con Berlino segna la fase 2, quella neo-populista, che porterà il Pd renziano alle urne…

Matteo Renzi alla conferenza stampa di fine anno 2015
Matteo Renzi alla conferenza stampa di fine anno 2015

Con la partita delle riforme costituzionali il premier mette sotto silenzio la questione romana

Legare le proprie fortune politiche al destino delle riforme costituzionali: è l’ultimo colpo di coda del presidente del Consiglio, una polpetta avvelenata servita alle opposizioni per l’anno venturo. Renzi sa perfettamente che la sfida referendaria sarà in salita. In un paese poco incline alle grandi trasformazioni, convincere gli elettori a rivedere il testo che scandisce la vita del nostro regime democratico è sicuramente una partita ambiziosa. Ma è una partita che Renzi sa di poter giocare fino in fondo, e con buone chance di vittoria: a differenza di Berlusconi, già fautore di una revisione del testo naufragata all’ombra della baita di Lorenzago, il premier non dovrà affrontare lo spauracchio della devolution. Ciò gli consentirà, nel medio periodo, di destreggiarsi meglio fra le accuse di autoritarismo che gli pioveranno sul capo dai soliti noti, quei cultori dell’immobilismo convinti –  ça va sans dire – che la Costituzione italiana sia la più bella del mondo (come se avessero letto tutte le altre…).

Renzi, dicevamo, sa di avere buone carte: la riforma del Senato darà una sforbiciata al numero dei parlamentari presenti a Palazzo Madama e intaccherà il bicameralismo perfetto, che da sempre paralizza il sistema italiano. Se a ciò si aggiunge l’adozione dell’Italicum, l’ex sindaco di Firenze potrà vantarsi – in poco di tempo – di essere passato dalle parole ai fatti, cambiando radicalmente le regole del gioco: potrà sostenere facilmente che nell’arco di una trentina mesi è stato eseguito il programma di governo che ogni Esecutivo aveva lasciato ai posteri negli ultimi vent’anni, dalla bicamerale dalemiana sino al papocchio targato Calderoli, D’Onofrio, Nania, senza scordare i saggi col loden.

Il premier sposando la battaglia costituzionale aggira sic et simpliciter l’ostacolo delle amministrative, non più centrali nel nuovo metro di giudizio. Segno che i dati in possesso al Nazareno non sono così beneauguranti come impone la narrazione pubblica. Il capo del Governo, insomma, chiude il giro, non prima di aver ingaggiato una battaglia strategica con Berlino. Lo scalpo della Merkel, agitato in lungo e largo dal trio Grillo-Meloni-Salvini, esercita un’attrattiva particolare nei confronti dell’opinione pubblica italiana, educata negli anni al culto dei Mondiali del ’70 e alle rappresaglie ilari contro i mangia-krauti. Da qui la decisione di alzare il tono dello scontro, facendo leva sulle questioni bancarie e sull’export per emancipare l’immagine del Belpaese, slegandola dalla posa plastica di uno Stivale corrotto che stenta a decollare.

In tal senso sembra essere stata metabolizzata, sotto il profilo tattico, la lezione iberica: Renzi non vuol fare la fine di Rajoy ed è disposto a sporcarsi le mani, usando una retorica populista, pur di recuperare parte dell’elettorato sino ad ora persuaso dalle argomentazioni della minoranza. E’ un investimento ragionato, ma pericoloso. Renzi pensa di poter incanalare nel Pd il dissenso espresso verso “l’Europa dei burocrati“, ma al netto del marketing elettorale rischia di apparire poco credibile: quanto a demagogia, gli amici di Marine Le Pen lo battono tutti per coerenza ed esperienza.

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