Salvini pensiona Grillo: M5S come neve al sole

Lega: Salvini nuovo segretario con 82% dei votiIncrociando i dati elettorali provenienti dall’Emilia Romagna e dalla Calabria, leggendo il trend delle ultime tornate, possiamo riscontrare alcuni elementi interessanti, senza essere per forza fini analisti dei numeri.

Primo dato, le trasformazioni avvenute nel sistema politico hanno portato ad un’inversione di rotta sul fronte dell’affluenza. E’ inutile demonizzare la classe dirigente, ridimensionare il peso della vittoria di chi è stato eletto o la proporzione della sconfitta di ha chi raccolto pochi consensi. Da Bologna a Reggio Calabria il segnale è inequivocabile: i media devono abituarsi ad un’affluenza di tipo europeo. La partecipazione di massa che aveva contraddistinto gli scenari elettorali della Prima e della Seconda Repubblica semplicemente non esiste più: è venuto a mancare il sentimento identitario, gli output elaborati dai partiti sono talmente simili da rendere l’offerta omologata e perfino il clientelismo – la famosa promessa del posto fisso – ha fatto il suo tempo. Gli elettori si recano alle urne con poca convinzione, attratti da una proposta che ritengono credibile solo se comparata alle altre, dunque non in termini di valori assoluti.

Secondo dato, l’affermazione del Pd – nonostante i voti persi durante la rottamazione – è un dato innegabile che testimonia la salute del partito strutturato nel territorio. Se poi gli elettori hanno premiato o meno le scelte del Governo, questa è una legittima interpretazione del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il quale comprensibilmente porta acqua al suo mulino. I dati, però, non offrono alcuna garanzia in tal senso e sarebbe un errore prospettico scommettere costantemente sulla strutturale debolezza dei competitors.

Terzo dato, il Movimento Cinque Stelle colleziona l’ennesima figuraccia. In un momento di forte crisi economica, in un momento di palpabile tensione sociale, la rabbia degli “ultimi” avrebbe dovuto spingere il partito di Grillo a vette mai raggiunte prima. L’impressione, invece, è che si sia passati dal “vinciamo noi” al “vinciamo poi” per terminare l’iter con un “non vinceremo mai”. Il Parlamento non è stato aperto come una scatola di tonno, secondo le promesse del comico ligure, e le comparsate televisive dei nuovi attori spesso hanno assunto i toni della farsa. Gli italiani amano lo sberleffo e premiano l’iniziativa, ma se poi ad essa non segue alcun riscontro positivo, di là dalla sterile battaglia anti-casta per accalappiare voti, ecco che allora gli stessi cittadini dirigono le proprie preferenze verso chi gode di maggiore credibilità.

Quarto dato, la vittoria della Lega di Salvini è disarmante, proprio perché intercetta questo malcontento popolare e lo fa a dispetto degli scandali che hanno funestato l’ultima stagione bossiana. In un lasso temporale davvero ridotto Salvini ha raccolto consenso a Nord come al Sud, spingendosi ben oltre la linea del Po. La contestuale dipartita di Forza Italia, non già lacerata dalla corrente di Fitto, semmai orfana di un leader che sapeva dettare la linea in perfetta osmosi col paese, fa sì che la vittoria del partito nordista sia ancora più netta e corrisponda ad un’Opa sul futuro dell’intero centro-destra. Si può discutere sulla bontà delle ricette proposte da Salvini, sul suo stile sgradevole costellato da t-shirt, ma non si può negare la capacità dello stesso di catturare il voto di protesta. Sbaglierebbe, pertanto, l’osservatore che con disprezzo giudicasse il qualunquismo di Salvini quale la panacea di tutti mali: la Lega ha dato voce all’esasperazione diffusa tra la gente, un’esasperazione che non è stata ascoltata dalle istituzioni. In tempi di scollamento fra paese legale e paese reale anche questo è un merito. Gli elettori l’hanno capito, i giornali no.

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