Senza Direzione: il Pd va in ordine sparso

Gli appunti sul mio taccuino dopo il confronto in casa Dem

Sulle vicende del Partito Democratico sono stati scritti fiumi d’inchiostro. L’argomento, me ne rendo conto, è appassionante come una competizione di curling a Nuoro, ma in questa scalcinata Terza Repubblica il PD resta l’unica forza politica in grado di ricorrere alla dialettica interna prima di eleggere un segretario (che poi prova a impallinare per cinque anni, dettagli). Uno sforzo d’analisi è quindi dovuto.

A margine della direzione di ieri si possono fare alcune considerazioni.

1. Matteo Renzi

Non ha rielaborato il lutto del 4 dicembre. Il 45 giri è sempre lo stesso: la Germania ha il surplus commerciale in spregio alle regole europee, non possiamo lottare ogni volta per avere una flessibilità dello 0,2%, l’Italia sta crescendo anche se lentamente, non dobbiamo alzare le tasse ecc. L’uomo è poco incline all’autocritica: pensa che ammettere un errore equivalga di per sé a chiudere ogni discussione. Nemmeno la batosta del referendum costituzionale ha prodotto inversioni di rotta: il Pd rimane ancorato alla vocazione maggioritaria. Con l’avvento del proporzionale, però, i segretari di partito diventano giocoforza gli elementi cardine del sistema politico. L’ex premier è innanzi a un bivio: può giocare secondo le regole o ritirarsi e aspettare tempi migliori. Tertium non datur.

2. Gianni Cuperlo

Ha il pregio della pacatezza, ma non ha proposto alcuna soluzione alternativa: riscrivere la legge elettorale restituendo dignità al concetto di rappresentanza non vuol dire nulla. Dai tempi del Governo Monti, il Parlamento è riuscito ad approvare soltanto l’Italicum, un modello che l’intera Europa avrebbe dovuto invidiarci e che è morto repentinamente sotto i colpi della Corte Costituzionale. Capolavoro. Ora, da che mondo è mondo le regole del gioco le scrivono gli attori del sistema politico, insieme. Il PD non ha saputo trovare una quadra al suo interno, figuriamoci come andrà avanti il dialogo con M5S, Lega e Forza Italia, ciascuna portatrice di istanze differenti.

3. Pierluigi Bersani

Il leader che “non perse” le scorse elezioni ha chiesto a Renzi un impegno concreto innanzi al paese: un giuramento solenne di lealtà all’Esecutivo in carica, affinché la legislatura giunga al suo termine naturale. In altre parole, a Renzi viene chiesto di onorare un impegno che lo stesso Bersani declinò all’indomani dell’insediamento di Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. In quel caso la politica delle mani libere impose alla sinistra dem di valutare l’operato del Governo giorno per giorno, atto per atto.

4. Andrea Orlando

Ha spaccato la corrente dei Giovani Turchi, mostrando un approccio critico al renzismo. Pur giurando lealtà al capo (slurp!), il Guardasigilli ha chiesto di rinviare il congresso perché prima il partito deve ritrovare la propria identità. Orlando evoca la Bad Godesberg tedesca per gettare le basi di una nuova piattaforma programmatica in linea con lo spirito dei tempi. Peccato che il precedente del Spd servì al partito socialdemocratico per rompere definitivamente con la tradizione del marxismo rivoluzionario. In Italia il PD ha una storia diversa e rappresenta, semmai, il compromesso storico bonsai. A meno che non si vogliano ripescare i compianti sarcofagi di Moro e Berlinguer, la posizione di Orlando è sterile, non ha traduzioni sul piano della progettualità politica. Quali valori andrebbero ripresi? E quando, esattamente, sarebbe stato compiuto il tradimento delle radici uliviste, vista e considerata l’adesione del Pd al Pse cioè alla sinistra riformista europea?

5. Michele Emiliano

Il presidente della Regione Puglia è intervenuto solo per marcare le distanze dall’ex sindaco di Firenze. Ha cercato l’ennesimo scontro con annesso quarto d’ora di celebrità. Le sue idee per il futuro del centro-sinistra (ritorna il trattino) sono ancora allo stato gassoso: nessuno le conosce, ma in molti ne parlano. La sua è un’opposizione concettuale, fatta di pose plastiche. D’altronde un ex togato a garanzia del nuovo corso è il preludio perfetto per l’affermazione di Grillo alla prossima tornata elettorale.

6. Vincenzo De Luca

Criticato, insultato, vituperato, il più pragmatico è sempre lui. Il governatore della Campania ha detto chiaro e tondo che nel Mezzogiorno il Pd non esiste. Il peso delle famose clientele nel referendum costituzionale è stato irrisorio, l’approccio da “questione meridionale” non ha portato mezzo voto in più, con buona pace dei Masterplan firmati in lungo e in largo da Palermo a Civitavecchia. Serve un cambio di rotta: maggiore presenza sul territorio e una classe dirigente locale possibilmente non composta da bravi.

7. Prospettive

In pochi lo dicono, ma è un dato di fatto. Il sistema elettorale che ha passato il vaglio della Corte Costituzionale rende sostanzialmente improbabile un Esecutivo del Movimento 5 Stelle. L’idea che esso possa nascere da un’astensione del fronte sovranista (Lega + FdI + Italoforzuti alla Toti) lascia il tempo che trova: ammesso e non concesso sia una strada praticabile, basterebbe un nonnulla per assistere alla prima crisi di gabinetto. D’altra parte anche sul fronte moderato le alternative sono poche: Renzi non può più andare à la guerre comme à la guerre. Deve seguire la via del Padre provinciale dei Promessi sposi: “troncare e sopire”. Le diatribe interne, la conflittualità fra Pd e Forza Italia, i punti di rottura col futuro rassemblement di Pisapia, gli attriti con Alfano: tutto finisce sotto la sua giurisdizione. È cambiato l’andazzo: oggi la poltrona del Nazareno, vista caminetto, vale più di Palazzo Chigi. Make Prima Repubblica Great Again!

Iscriviti al blog tramite email

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

Un'informazione libera, per essere tale, ha bisogno di essere sostenuta. 
Il tempo è denaro e ogni pezzo è frutto di un lavoro. 
Se riconosci il valore di questo progetto, manda un contributo.