La posizione della sinistra-sinistra sul Venezuela

Gli scontri sulla Costituente imposta da Maduro hanno creato un problema politico: un documento inedito rivela la posizione della sinistra massimalista

Pubblico di seguito lo stralcio di un confronto interno alla sinistra italiana sulla crisi di Caracas. Il documento, una relazione politica, mi è stato consegnato in via confidenziale da un funzionario di partito. Ve lo offro come lettura estiva.

“Compagni, abbiamo un problema. Tutti noi sappiamo che il capitalismo è in crisi e ci siamo divertiti, questa settimana, a denunciare indignati l’offensiva retribuzione concessa dagli amici arabi a quell’alfiere del capitalismo selvaggio che risponde al nome di Neymar.

Lo abbiamo detto in lungo e in largo: è il segno dei tempi. La Rivoluzione si avvicina, il Popolo ha fame e il Soviet può finalmente tornare di moda.

Va bene, non abbiamo un leader in Italia che sappia incarnare la nostra passione, il nostro sentimento, la nostra capacità di sognare. Non c’è un Corbyn né un Mélenchon a Roma, due che le elezioni le avranno pure perse ma dettando lezioni di stile. Dobbiamo, però, sgomberare il campo dalle critiche più sediziose e ingiuste. Noi, in questo, siamo avanguardisti.


Abbiamo capito, infatti, che alla deriva carismatica degli uomini soli al comando bisogna opporre una strenua resistenza con la sacralizzazione di figure totalmente prive di qualsivoglia credibilità. E credetemi, compagni, ci stiamo provando a creare una Cosa Nuova, una casa comune dove nessuno sappia chi siano gli altri coinquilini, ma tutti possano rivendicare – finalmente liberi – la propria autonomia programmatica, qualunque cosa significhi.

Il nemico lo conosciamo tutti: ha le fattezze di Donald Trump, delle multinazionali, dei signori della guerra, dei baroni del petrolio e anche di certi suoceri, quelli che la domenica mattina spuntano a casa per un caffè. I tratti demoniaci di un sistema marcio nelle fondamenta sono ormai visibili: si concede lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, salvo poi non trovare neppure un operatore della Telecom al servizio clienti. Uno scandalo!

Tutto questo è noto, compagni, e nonostante ci siano state settantadue mozioni su come affrontare la schiera dei nemici che si frappongono fra noi e il futuro, possiamo guardare al domani con rinnovato entusiasmo, con la tempra e lo spirito che cento anni addietro esortarono i nostri predecessori a muovere guerra allo Zar. Ci poniamo, con loro, in continuità ideale. Se un secolo, come previsto, era il tempo necessario per far decantare le ragioni dei vinti della Guerra Fredda, adesso però abbiamo innanzi un enigma complesso: che fare col Venezuela?


C’è un paese in cui una giunta militare fa il bello e il cattivo tempo nelle istituzioni, mentre le opposizioni subiscono la violenza del regime. Sindacalisti, intellettuali, amiche e amici di una volta stanno sulle barricate, invocano la libertà, denunciano le repressioni e l’illegittima azione di un delinquente autoproclamatosi sovrano.

Voglio essere sincero, oggi: abbiamo cercato di difenderlo fin da principio, quando sostenevamo che Steve Jobs in persona a certe aziende venezuelane poteva spicciare casa. Non è bastato. Pure il compagno Francesco, nome in codice “Pope”, s’è incazzato come una iena. E va bene che i cosacchi dovranno prima o dopo abbeverarsi alle porte di San Pietro, ma su di lui avevamo investito buona parte delle nostre fiches. Lo avevamo blandito con le buone, logorandolo ai fianchi con interminabili telefonate di Barbapapà.

Il nodo è politico. Questa Costituente è fuffa o possiamo ancora salvare il salvabile? Abbiamo gli occhi del mondo puntati addosso, ma soprattutto dobbiamo muoverci rapidamente per senso di responsabilità verso i nostri figli: sulla spiaggia di Capalbio stanno per arrivare le massaie e non possiamo perdere quello storico avamposto di cui la prole non ha goduto a pieno.

Propongo, pertanto, che sia avallata la mozione del compagno Ferrero: paragonare i ribelli ai separatisti siciliani, mossi dalla mano occulta di una mafia che risponde al nome di White House.


So cosa state pensando, compagni. Col dovuto rispetto, e al netto della solennità di questa assise, una minchiata così apocalittica potrebbe suonare imbarazzante perfino tra noi. Per questo mi permetto di suggerire di adottare in toto la storica linea: paragonare qualunque satrapia a noi affine all’Arabia Saudita o al Cile di Pinochet, rimarcando una profonda distinzione concettuale fra dittatura del proletariato e tirannia borghese.

In Venezuela, è mia convinzione, il percorso di trasformazione in senso bolivariano della società civile non è ancora giunto a termine. Hanno ancora la speranza di poter scrivere da soli il destino della nazione. E noi, da una vita al fianco degli oppressi, solerti nel tendere una mano a chi ne ha bisogno, non dobbiamo tentennare: siamo pronti a lottare FINO ALLA MORTE dell’ultimo venezuelano pur di sedere dalla parte della ragione.

Viva Stalin, viva Lenin, viva Mao Tse-tung! Grazie!”.

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