Stato assassino: la stampa laida dall’eskimo alla coppola

La vicenda del diciassettenne napoletano, tragicamente morto in seguito a un colpo d’arma da fuoco sparato da un carabiniere, spiega bene il cortocircuito nell’informazione italiana. carabinieri2La Campania è la terra dei fuochi, una zona franca della legalità in cui la malavita cresce in maniera pervasiva. Lo fa all’ombra del potere, corrompendo e blandendo le istituzioni, nonostante le energie positive che quella stessa terra è in grado di sprigionare. Come un coleottero maligno che si annida nel cuore delle piante per poi spolparle da dentro, così la camorra prosciuga lentamente le forze della comunità partenopea, stremandola, facendo credere alla cittadinanza di essere sempre stata lì, di essere una garanzia dell’ordine costituito, un presidio d’autorità. La camorra ti difende, lo Stato ti lascia solo: è questa la metastasi che distrugge qualsiasi anticorpo legalitario. Il caso di Davide Bifolco lo testimonia. “La camorra non avrebbe mai ucciso un ragazzo di 16 anni, lo Stato sì” ha affermato candidamente la cugina, segno di un retaggio che non ha nulla a che vedere col dolore dettato dal momento.

Qui subentrano le responsabilità degli organi di stampa. Le leggi sono la sola risorsa disponibile in questa guerra senza quartiere: sarà un tribunale ad appurare se c’è stata o meno incuria nel gesto dell’agente. Al momento le uniche certezze che abbiamo dovrebbero spingere taluni notisti alla prudenza. Davide Bifolco era su un ciclomotore in compagnia di altre due persone. Una di queste era un pregiudicato evaso dagli arresti domiciliari. Viaggiavano su un mezzo senza casco e all’alt della pattuglia reagivano forzando il blocco. E’ facile dire che un controllo di routine non dovrebbe mai tradursi in una sparatoria da far west. Facile, ma sciocco: nell’hinterland napoletano alcune zone somigliano a Baghdad se vesti la divisa. Gomorra non è una serie televisiva di successo, ma la descrizione minuziosa di un’ordinaria follia. Altro che fiction. Riassumere la vicenda con solennità o con costernazione è del tutto legittimo: un ragazzo c’ha lasciato la pelle. Alterare il quadro, presentando la vittima come l’agnello sacrificale di una Ferguson italiana è scorretto oltreché moralmente aberrante. Ecco perché le conclusioni di Luigi Bobbio, pm impegnato nella lotta a Cosa Nostra, ci sembrano assennate: “L’identikit del bravo ragazzo una volta era ben diverso”.

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