Firenze, lo stupro e la tentazione del “se la sono cercata” 

A prescindere dalle responsabilità penali, in quale altro paese occidentale la vittima sarebbe stata sottoposta al terzo grado?

Provate a immaginare. Silvio Berlusconi sale sul banco degli imputati. Processo Ruby-ter. Il pm si presenta in aula, passo felpato e aria serafica. L’annuncio lascia esterrefatti: l’accusa ha in serbo 250 domande per l’ex premier.

Cosa accadrebbe? Siamo ai limiti dell’inventiva letteraria, me ne rendo conto, ma non credo di avventurarmi nel campo della distopia quando immagino i roboanti titoli di Libero e il Giornale: “Terzo grado al Cavaliere: neanche Riina subì un trattamento simile”. Frasi shock, non prive di buone argomentazioni.

E invece sulle due vittime del presunto stupro operato da due carabinieri in servizio a Firenze è calato il silenzio. Sì, perché i legali degli agenti avrebbero voluto muovere alle malcapitate 250 domande, duecentocinquanta, molte delle quali cassate dal giudice. 

Definire pruriginosa e inopportuna la curiosità degli avvocati sull’intimo, indossato o meno quella sera – quasi questo fosse foriero di una violenza carnale ricercata – è perfino riduttivo. E così i toni inquisitori, che a fine dibattimento (dodici ore di interrogatorio) hanno procurato un malore a una delle malcapitate, sono serviti non tanto ad accertare i fatti quanto a punire le vittime del reato ancorché presunto, a instillare il dubbio sulla loro probità senza rivelare quasi nulla sull’accaduto.

È una vecchia tattica stile Sicilia anni ’20. Le domande servono a destare il sospetto che le ragazze fossero consenzienti, in cerca di un’avventura sfiziosa, tanto da provocare il maschio seduttore, belva indomabile e mitologica incline a cedere agli istinti.

Questo è lo stato della giustizia italiana, almeno da quanto emerge nelle aule. Sfogliate i quotidiani e giudicate voi stessi come sta messa gran parte della stampa nel raccontare il fatto.

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