L’ultimo smacco: così Putin ha gelato Obama

Il presidente russo non ha raccolto le provocazioni di Washington. Offrendo un ramoscello d’ulivo, il Cremlino ha archiviato la stagione democratica

Quali fossero i principi del piano è ormai abbastanza chiaro. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, lo scorso 29 dicembre ha espulso 35 diplomatici russi per mettere pressione su Vladimir Putin. Gli emissari del Cremlino avrebbero avuto un ruolo nelle azioni di hackeraggio subite dagli Usa durante la campagna elettorale. C’è perfino un dossier, in realtà alquanto controverso, che evidenzierebbe una loro diretta responsabilità. Leggi tutto “L’ultimo smacco: così Putin ha gelato Obama”

Il colpo di coda: Obama ha preferito l’Iran a Israele

L’Onu si muove con la benedizione della Casa Bianca: se la pace in Medio Oriente non c’è, è colpa dei coloni israeliani

Per le Nazioni Unite gli insediamenti dei coloni sorti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sono “illegali”: il Consiglio di Sicurezza ha adottato la risoluzione 2334, esortando l’Esecutivo israeliano a rispettare gli impegni e a favorire il dialogo. Decisiva, in tal senso, è stata l’astensione degli Stati Uniti al momento del voto, un’astensione dall’alto significato politico: Washington ha blandito, più o meno consapevolmente, gli Stati arabi, da sempre convinti che la sola presenza d’Israele sulla mappa sia un’offesa al mondo mussulmano, un cancro da estirpare con le buone o con le cattive maniere come ebbe a dire l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Ed è singolare che questa escalation di toni contro uno Stato, ricordiamolo, fondato da coloni sia stata compiuta dalla stessa Amministrazione che ha benedetto l’accordo sul nucleare con Teheran. Leggi tutto “Il colpo di coda: Obama ha preferito l’Iran a Israele”

Da Bush all’Isis: vuoi vedere che avevano ragione i neocon?

Il disimpegno dall’Iraq ha spostato il baricentro d’azione dei terroristi e la primavera siriana ha fatto il resto. Serve immediatamente una rivoluzione tattica: forza e intelligence per vincere la sfida


Il disimpegno dall’Iraq ha spostato il baricentro d’azione dei terroristi e la primavera siriana ha fatto il resto. Serve immediatamente una rivoluzione tattica: forza e intelligence per vincere la sfida

Quando George W. Bush organizzò la guerra ad Al Qaeda, la politica del first strike fu duramente contestata dall’intellighenzia mondiale. L’idea che un’America ferita potesse adottare una strategia muscolare inorridiva le pie coscienze dell’Onu: così, nel momento in cui Kabul e Baghdad finirono nel mirino del Dipartimento di Stato, il coro delle prefiche ripescò dagli armadi la bandiera arcobaleno o qualche orpello post-sessantottino per criticare il regime fascista di Washington.

Eppure i neoconservatori erano stati abbastanza chiari: di là dalla patacca delle armi di distruzione di massa, l’idea americana era cinica e rooseveltiana al tempo stesso. Da un lato, infatti, la Casa Bianca credeva fermamente nell’assunto storico per cui due democrazie non si sarebbero mai fatte una guerra e instillare il germe della libertà civile sembrava, all’epoca, una sfida a portata di mano; dall’altro, con crudo realismo, Bush ipotizzava di spostare in Medioriente il terreno dello scontro, così difficilmente l’America avrebbe assistito a nuovi attentati nel proprio cortile di casa. Con una pseudo-operazione di polizia internazionale, volta a disarcionare regimi teocratici e vecchie satrapie, si potevano prendere due piccioni con una fava, anche se quella fava era difficile da digerire in patria, visto il sacrificio in termini di vite umane richiesto ai marines. Leggi tutto “Da Bush all’Isis: vuoi vedere che avevano ragione i neocon?”