Tangentopoli, 25 anni dopo: il grande bluff della questione morale

Stilare un bilancio dell’inchiesta condotta dal pool di Milano è praticamente impossibile: ecco perché

Il 17 febbraio del 1992 l’arresto di Mario Chiesa inaugurò la stagione di Mani Pulite. Nell’arco di pochi mesi l’intero establishment politico che aveva retto le redini della Prima Repubblica venne travolto dall’ondata giudiziaria. Corruzione, concussione e ladrocini di Stato, ma anche eccessi, speculazioni mediatiche e sprezzo degli indagati: stilare un bilancio complessivo di quelle inchieste è praticamente impossibile per almeno due ragioni.

La prima è che la classe dirigente di oggi è legata a doppio filo a quei trascorsi: la Lega si affermò come forza anti-sistema in quel frangente storico, Forza Italia cavalcò le polemiche e poi provò a guidare la reazione, il Partito Democratico venne fondato – nel 2007 – dalle seconde linee del PCI e della Dc di allora, forze non estranee al grande banchetto della spartizione cencelliana.

La seconda ragione è che il coinvolgimento emotivo è ancora troppo forte. A venticinque anni di distanza la linea di demarcazione agitata nel confronto elettorale non è quella che separa la destra e la sinistra, i liberali dai protezionisti, i progressisti dai conservatori. No, resta in vigore lo spartiacque della questione morale, una gara quasi algebrica a chi ospita fra le proprie fila meno indagati e più assolti. La decisione del sindaco di Milano, Beppe Sala, di avviare una discussione sull’opportunità d’intitolare una via a Bettino Craxi è emblematica: in un paese che ospita piazze e strade dedicate alla memoria di Stalin e Tito, la possibilità di ricordare pubblicamente il leader socialista provoca un vespaio di polemiche e di accuse incrociate.

Perché nulla è cambiato?

La vulgata corrente pretende d’imporre una lettura torquemadiana: non esistono innocenti, ma soltanto colpevoli non ancora scoperti. I corrotti avrebbero cambiato nome e forma per rimanere saldamente alla guida del paese. Non a caso il dibattito pubblico nell’ultimo ventennio è stato spesso caratterizzato dall’uso spregiudicato dei forconi: la cifra stilistica dei cappi agitati in Aula dalle camicie verdi di Umberto Bossi non è diversa dal Vaffa-day che ha dato i natali al Movimento 5 Stelle. Sono reazioni violente alla percezione di un taglieggiamento continuo, di una perenne vessazione.


In realtà il profluvio di norme punitive, di provvedimenti destinati a inasprire le pene, trova pochi precedenti nelle democrazie occidentali. A dispetto di un atteggiamento di pseudo-intransigenza non è stata attuata l’unica misura che avrebbe consentito al sistema di rigenerarsi: una riduzione dell’apparato burocratico che limitasse la dispersione del potere decisionale nei gangli della pubblica amministrazione. Come a dire, fatta la legge e trovato l’inganno.

Così ancora oggi scopriamo che le videocamere impiegate per la laparoscopia in ospedale sono servite, fra l’altro, a violare la segretezza delle buste nelle gare d’appalto, consentendo ai soliti noti di presentare l’offerta più vantaggiosa al riparo della libera concorrenza. È soltanto un caso, peraltro ingegnoso, di ordinaria follia. Aumentando le pene si è tentato di blandire l’opinione pubblica con la bava alla bocca senza intaccare i capisaldi della corruzione nel nostro paese. E infatti i tempi per la prescrizione dei reati non sono stati toccati, a garanzia d’impunità.

E lo sputtanamento continua

Parallelamente si è alimentato il grande fratello delle intercettazioni, con la pubblicazione a mezzo stampa di telefonate, SMS, chat e carteggi inediti ancorché non inerenti alcuna accusa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia resta un paese in cui furbizia e corruttela convivono come una coppia di fatto con una gogna mediatica continua. La magistratura non ammette autocritica e anzi esaspera lo schema: basti pensare che Piercamillo Davigo, protagonista di quegli anni, lungi dall’andare in pensione oggi guida l’Associazione Nazionale Magistrati e ostacola qualsiasi tentativo di riflessione sulla condotta dei togati.

È il giusto compromesso per consentire ai militanti dell’una e dell’altra squadra di gridare al complotto, all’emergenza democratica. E della verità sostanziale dei fatti chi se ne fotte.

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