Thatcher tua e de tu nonno

Puntuale come l’allergia a primavera, ecco profilarsi all’orizzonte il monito dei sindacati sull’autunno caldo. Verrebbe da dire “ogni anno ce n’è una“, se da dieci anni a questa parte l’una in questione non fosse sempre la stessa: il famigerato articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, vessillo della lotta alle ingiustizie per i sindacati, ferro vecchio del secolo scorso per le imprese.

Prime Minister Margaret Thatcher At 10 Downing StreetCome ai tempi di Sergio Cofferati, la Cgil di Camusso riscopre la sua anima gagliarda: quella che vive con lo sguardo proiettato al passato, quella che rispolvera il mito della lotta di classe invocando una sinistra dura e pura, una forza politica in grado di rompere con i vezzi e gli orpelli del liberismo contemporaneo. Ed eccola la scomunica in salsa socialista: Matteo Renzi ha abiurato la missione sociale della sinistra storica, sposando le istanze confindustriali quasi fosse una Thatcher qualunque.

Una Thatcher qualunque? Ma benedetto il cielo, avercela avuta una lady di ferro in questo paese dal debito pubblico galoppante! Nella ruota della fortuna degli statisti, a noi sono toccati Andreotti e Fanfani, altro che la bottegaia dai modi bruschi. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Un dato per riflettere: il governatore della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, ha assegnato 150 nomine in 600 giorni. Praticamente un assunto ogni quattro dì: quasi una prescrizione medica.

E’ sublime la capacità che abbiamo coltivato: criticare il neoliberismo, senza averlo mai sperimentato. Ed è facile contestare, dire no a tutto, chiedere alle istituzioni di reperire finanziamenti. Ma un paese serio, o almeno un paese che cerca di essere tale, deve porsi qualche domanda anche sull’affidabilità delle forze sociali. Bene ha fatto Renzi a incalzare la Cgil su questo terreno: “dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi precario?” ha chiesto il presidente del Consiglio a chi lo attaccava frontalmente. Meno bene ha fatto a riproporre l’annosa questione del licenziamento senza giusta causa, divenuto un tabù da sfatare.

Ciò che non va, nel tessuto produttivo italiano, è la crescita: non abbiamo una visione d’insieme, non abbiamo una regia politica. Investiamo poco e male, per giunta nei settori sbagliati, dando lustro a strategie d’impresa che avevano una loro logica agli albori del mercato comune. Bisogna avere il coraggio di dirlo, di ripensare le basi del sistema e trasformare la nostra economia. E bisogna anche ingaggiare un braccio di ferro coi sindacati sul vero tema centrale: quando un’azienda è in crisi irreversibile, quell’azienda deve fallire, non può essere dopata con contributi statali o con politiche ad hoc affinché resti in vita artificialmente. Tenersi un morto sulle spalle non è utile sui 100 metri, figuriamoci sulle maratone. I posti di lavoro si creano soltanto se le aziende sono sane, altrimenti si alimentano circuiti viziosi e deleteri: paga sempre Pantalone. Del resto un sindacato che si batte per tutelare l’Ilva, con buona pace della salute della cittadinanza, non gode di prestigio o di credibilità.

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