L’editoriale che Travaglio non ha scritto su Di Maio premier

In esclusiva il parere che il direttore del Fatto non ha potuto condividere con l’ampia platea del suo liberissimo giornale

Questa notte ho fatto un sogno. Il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, mi chiedeva di mettere per iscritto l’editoriale che avrebbe voluto pubblicare sulla sua testata indipendente. Lo riporto fedelmente, certo di fare un favore a una penna autenticamente libera.

Se vivessimo in Germania o in Inghilterra, probabilmente il M5S neppure esisterebbe. La solidità di Angela Merkel, il socialismo pop di Corbyn, la sobrietà della May avrebbero caratterizzato il dibattito nell’ultimo biennio. Sfortunatamente viviamo in Italia, un paese piccolo piccolo, in cui non viene premiato il merito ma l’incompetenza. E così Beppe Grullo ha scelto di candidare una figurina a premier, un parlamentare che ha già dimostrato nel corso di un solo mandato la sua totale inadeguatezza a ruoli istituzionali.

Il signor Luigi Di Maio, non lo si può chiamare neppure dottore in assenza di laurea, in questi mesi in Transatlantico ha detto tutto e il suo contrario, cavalcando l’onda emotiva alla stregua dei peggiori piazzisti di Arcore. Un esempio? Era a favore delle Olimpiadi di Roma, ma poi ha difeso a spada tratta la scelta di Virginia Raggi di ritirare la candidatura della capitale. Doveva essere una decisione condivisa, ispirata al nuovo corso della democrazia diretta, e invece è subentrato l’arbitrio del kapò sul futuro della manifestazione.

E del resto la prima cittadina è una sua protetta, in quel gioco di correnti che ha trasformato i Cinque Stelle in un restyling della peggiore Democrazia Cristiana. In questo can can della sgradevolezza, Di Maio viene visto come il centro del Movimento, una figura più simile ad Andreotti che a De Gasperi, capace di flirtare con gli imprenditori a Cernobbio senza ricordare – a ciascuno di essi – la connivenza che portano in dote sulle sorti di questo sciagurato paese. Ma ormai sono compagni di strada e di merenda.

C’è di più. Perché il signor Luigi Di Maio, leader in pectore di un partito – iniziamo a chiamarlo così – che ha predicato “onestà” dal deserto dell’opposizione, risulta indagato a dispetto dei buoni propositi un tempo sbandierati in piazza. Record assoluto: è riuscito a finire in tribunale senza neppure passare da un ruolo di rilievo in una Giunta Comunale.

La fattispecie che gli viene addebitata, però, non è considerata grave: le accuse, infatti, sono mosse da un parlamentare del Pd, quindi giocoforza false. E chi ha valutato il quadro giudiziario, le prove e l’opportunità di una candidatura a Palazzo Chigi? Ovviamente la vecchia guardia, la diarchia che ha trasformato una società privata in una realtà pantagruelica: Beppe Grullo e Casaleggio Junior, erede di un impero secondo la peggiore tradizione feudale.

Sulle ali dell’entusiasmo della Srl, Giggino Giggetto fa strada. Non capisce le mail con le pendenze giudiziarie a carico dei fedelissimi? Fa nulla, è simpatico. Ha fatto il peggiore dei voltafaccia sull’euro, perorando l’abbandono della moneta unica per poi tranquillizzare i mercati? E vabbè, è spregiudicato, capisce il contesto. Non è mai stato eletto, nemmeno alla rappresentanza di classe, ed è finito alla vicepresidenza di Montecitorio? Vuol dire che sa dove soffia il vento.

Certo, prima dell’incoronazione ci sarà il passaggio da Rousseau, piattaforma su cui vigila l’autorità giudiziaria come dimostra il caso siciliano (un saluto a Cancelleri, che non sa formalizzare una candidatura e vuole guidare la regione più disastrata del paese). E come una Biancaneve dal volto candido, Giggino affronterà i sette nani, sette malcapitati pescati dalla rete e messi in fila a fare le comparse, le belle statuine nel giorno dell’ascesa. Figuranti i cui manifesti non prenderebbero un like neppure su Instagram. Siamo passati dal partito azienda all’azienda partito, dal telemarketing al web advertising. Insomma, una sòla 2.0.

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