Trump e Salvini stanno sulla stessa barca?


Continua l’indagine sulla presunta “Internazionale nera” additata dalla stampa. Dopo aver raffrontato il messaggio politico del miliardario americano con quello di Marine Le Pen, oggi mi sono concentrato su Matteo Salvini. Perché, paradossalmente, il leader della Lega potrebbe dare lezioni di democrazia a Trump

Gli analisti italiani, soprattutto quelli culturalmente vicini al centrodestra, continuano a compiere un errore abbastanza grottesco paragonando la retorica di Trump a quella di Salvini, specie in rapporto alle contestazioni. I due, infatti, non godono di popolarità unanime e le loro iniziative spesso non sono state accettate di buon grado da chi si è sentito minacciato e offeso dal messaggio che essi veicolano.

Quando le piazze metropolitane vengono trasformate in scenari di guerriglia urbana, il torto è sempre di chi scaglia la prima pietra. Quei Soloni che in passato hanno tentato di ricondurre l’offensiva dei centri sociali al messaggio politico del leader della Lega Nord, quasi fosse una reazione comprensibile a una provocazione immonda, hanno sbagliato per pigrizia intellettuale o per malafede, dimostrando di avere assai poca dimestichezza coi rudimenti basilari della democrazia e di essere conniventi con uno squadrismo politicamente corretto.

Salvini, gliene va dato atto, non lesina il confronto: magari si distrae col tablet quando parlano gli interlocutori, ma in generale il presenzialismo del candidato leghista è un dato di fatto difficilmente opinabile e nonostante le esemplificazioni binarie elementari – la distinzione netta dei buoni dai cattivi, dei lavoratori dai truffatori, dei migranti delinquenti dagli italiani onesti – il messaggio che consegna al paese non può considerarsi un’aperta incitazione alla violenza.

E’ una rivisitazione del fascismo in doppiopetto in voga nel Msi ai tempi d’Almirante? Forse. Francamente non azzarderei paragoni, dato il calibro dei due personaggi e i differenti contesti storici. Certo è che Salvini tenta di parlare alle viscere del paese, come faceva buona parte della Fiamma, usando una retorica rabbiosa che ha assunto legittimità in virtù dell’antipartitismo dilagante.

Oltreoceano la situazione è diversa. In un paese culturalmente variegato, aperto a tradizioni profondamente differenti, scimmiottare l’idea del potere ai maschi bianchi può innescare un’escalation pericolosa, vieppiù se si considerano certe esternazioni dal sapore vagamente squadrista. L’idea di mandare i propri scagnozzi nei comizi di Sanders, di assolvere moralmente quanti pestano a sangue un uomo che voleva urlare il proprio dissenso durante un comizio, sono spunti malsani che cozzano apertamente coi valori della società occidentale.

Salvini, per intenderci, di fronte alle offensive degli antagonisti, fa appello ai militanti affinché ignorino “i balordi” e ringrazia le forze dell’ordine chiamate a garantire il regolare svolgimento della manifestazione. Trump, invece, apre al linciaggio: spiega che l’unico rimpianto che ha è quello di non avere al suo fianco una squadra di poliziotti in grado di pestare ben bene i facinorosi. Non è una differenza esiziale nel discorso pubblico.

Ora, se fosse un’eccezione, una gaffe che rivela l’intemperanza dell’uomo, si potrebbe ridimensionare il caso dopo le scuse pubbliche. In America, però, sta sfuggendo di mano e così un giorno si professano le meraviglie della tortura, un altro s’invitano gli elettori alla delazione nei confronti degli immigrati clandestini (tutti spacciatori e stupratori, ovviamente) e un altro ancora si cacciano dalle conferenze stampa i giornalisti che hanno osato porre domande scomode.

All’ombra del culto della personalità il sistema barcolla e fa temere l’opinione pubblica mondiale per le sorti della più importante democrazia del pianeta. Il problema, paradossalmente, l’ha sintetizzato Trump a perfezione: “potrei sparare a uno per strada e non perdere consensi“. Già.

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