Trump, la Nato e il paradosso europeo

Un nuovo ciclo sta per cominciare: Donald Trump fra poche ore subentrerà ufficialmente a Barack Obama e dallo Studio Ovale inaugurerà il nuovo corso americano. L’Europa guarda alla Casa Bianca con un mix di paura e ostilità: pesa, in particolare, l’offensiva del tycoon repubblicano contro la Nato. La minaccia di rivedere i rapporti con gli alleati preoccupa le cancellerie del Vecchio Continente, eppure la posizione di Trump sull’Alleanza atlantica è coerente con le scelte fatte dal suo predecessore e con l’approccio internazionale adottato dall’Unione Europea.

Il presidente degli Usa mette a nudo i problemi irrisolti in seno all’Alleanza atlantica. L’Europa deve decidere che forma dare ai rapporti con Washington

Mancano ormai poche ore all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Forse non siamo alla vigilia di una rivoluzione, ma sicuramente ci troviamo innanzi a un grande cambiamento. Cerchiamo, per un momento, di archiviare ogni pregiudizio di sorta: l’uomo potrà risultare o meno simpatico all’opinione pubblica del Vecchio Continente, potrà essere o meno apprezzato dalle cancellerie europee, ma si accinge a diventare il comandante in capo della nazione che ha plasmato l’attuale ordine mondiale. Possiamo, dunque, trattare Donald Trump come un guitto, un impresentabile, e pensare che in fin dei conti sia una mina vagante nel sistema; oppure possiamo vedere gli sviluppi in atto in un’altra prospettiva, allargando la nostra inquadratura nel tentativo di comprendere le ragioni dell’America First.

La svolta irachena

Facciamo un passo indietro e torniamo al 2003. Nel gennaio di quell’anno il presidente della Repubblica francese, Jacque Chirac, e l’allora cancelliere tedesco, Gerhard Schroeder, conquistarono le prime pagine dei giornali di tutto il mondo opponendosi alla guerra in Iraq. Un conflitto, quello voluto da George W. Bush, che rappresentò uno spartiacque in seno all’Alleanza atlantica.


Dopo l’undici settembre, e dopo l’iniziale sbornia del “siamo tutti americani”, Washington si attendeva una cieca solidarietà dai partner d’oltreoceano, un supporto incondizionato e perpetuo nella lotta al terrore e ai regimi dispotici. L’amministrazione Bush era stata chiara: l’obiettivo non era prevenire gli attentati, ma esportare la democrazia per gettare nel lungo periodo le basi di una pacifica convivenza fra nazioni. La Nato, l’alleanza sorta per tutelare l’Europa dagli appetiti russi, per sopravvivere al crollo del blocco sovietico doveva adattare la propria missione allo spirito del tempo e rispondere alla minaccia islamista che si era tragicamente manifestata.

Parigi e Berlino decisero però di non sostenere la Casa Bianca, invocando la propria autonomia e negando agli americani il supporto sperato. Una scelta formalmente ineccepibile. In Afghanistan le condizioni che avevano determinato l’offensiva militare erano diverse e se bombardare la Kabul dei talebani era legittimo, lo stesso non si poteva dire – a giudizio di Schroeder e Chirac – del tentativo di defenestrare il laico Saddam, per poi cingere d’assedio l’antica capitale dell’Impero Sasanide.

L’allargamento dell’Ue

Nello stesso periodo l’Europa visse una fase di grandi trasformazioni, con l’allargamento a Est della struttura comunitaria. L’Ue adottò una politica di espansione dei propri confini per abbracciare quelle nazioni orientali – Ungheria, Polonia, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovenia – che avevano riottenuto la libertà emancipandosi dal giogo sovietico. I primi anni del nuovo millennio servirono per sedersi al tavolo delle grandi potenze: l’Europa divenne una realtà forse frammentata ma vigorosa, dotata di grandi ambizioni e capace di stabilire con gli Stati Uniti un dialogo fra pari. O almeno questo era l’intento.

Due problemi sono rimasti sullo sfondo da allora:

  1. quali sono le direttrici in politica estera dell’Ue?
  2. chi sostiene a livello finanziario la Nato, rimasta in piedi con l’arcaica struttura del dopoguerra?
È Trump il bugiardo?

Torniamo al presente, o almeno al passato prossimo. Quando Obama ha esortato le potenze europee ad adempiere agli obblighi previsti dal Trattato, definendo “scrocconi” gli Stati che non versavano i contributi dovuti all’Alleanza atlantica, ha evocato un problema preciso e arcinoto da tempo: può un’Europa indipendente, che rivendica la propria forza e la propria autonomia su scala mondiale, delegare i costi della sicurezza al proprio alleato d’oltreoceano senza poi supportare gli Usa nei conflitti? È questo il tema che Trump ha ereditato e rispolverato durante la campagna elettorale.

La crisi in Ucraina, e nella fattispecie l’instabilità in Crimea, ha messo a nudo le contraddizioni di fondo. L’Europa chiede alla Nato di fare la voce grossa con la Russia per legittimare la propria egemonia regionale sul versante orientale, salvo poi disinteressarsi delle esigenze del Dipartimento di Stato rispetto agli “scenari caldi” del medio-oriente, dall’Iraq alla Siria. Qui regna il tana libera tutti. Da un lato, quindi, un’Unione economicamente solida e capace di rifiutare il TTIP chiede protezione militare; dall’altro essa nega il proprio sostegno strategico nelle operazioni di guerra, investendo pochi spicci nella difesa. Quale alleanza può reggersi su fondamenta così fragili?

La scelta  di Donald Trump, il tentativo di aprire un filo diretto con Putin per instaurare un dialogo all’insegna della realpolitik, è paradossalmente il frutto di una normalizzazione dei rapporti che già Obama – all’indomani della sua prima elezione – aveva auspicato e risponde, in ultima analisi, al disegno strategico che l’Europa ha coltivato nell’ultimo decennio. Ha allora senso trattare Trump come un impostore?

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