Il destino dei curdi fra Usa e Turchia

Le mosse di Erdogan in Siria vincolano la presidenza Obama. L’Isis è un nemico secondario: per Ankara la vera guerra è col Kurdistan

L’operazione “Scudo dell’Eufrate“, avviata dalla Turchia lo scorso 23 agosto, ha mostrato nitidamente due elementi da cui non si potrà prescindere nella definizione del futuro equilibrio regionale.

1) Il paese non accetterà mai l’esistenza di un Kurdistan autonomo ai propri confini, ritenuto una minaccia potenziale alla stabilità della Repubblica in funzione dei legami tenuti dall’Ypg, l’Unità di Protezione Popolare curda che opera nel nord della Siria, col Pkk, l’organizzazione paramilitare fondata nel 1978 da Abdullah Öcalan e dichiarata fuori legge in Turchia per via dei numerosi attentati organizzati nel sud-est del paese.

2) La forza adoperata da Ankara sul territorio siriano rivela quanto le autorità militari nazionali fossero “distratte” in passato, quando lungo la medesima striscia di terra imperversavano tranquillamente i miliziani dell’Isis. La connivenza politica che si era creata, in un dato momento temporale, fra Erdogan e gli islamisti, un insano connubio in chiave anti-Assad denunciato dall’ex direttore di Cumhuriyet Can Dündar, è un dato difficilmente opinabile a questo punto, al netto del rinnovato impegno profuso nell’ultimo mese dallo Stato turco contro ogni terrorismo, curdo, gülenista o integralista islamico.

L’obiettivo dell’offensiva

La Turchia ha deciso di muoversi in Siria soltanto a estate inoltrata: l’ha fatto non per arrestare i tagliagole di al-Baghdadi, ma per bloccare le rivendicazioni dell’YPG. Con l’ausilio dei tank si è così trasformato l’embrione di un potenziale Stato-nemico in una terra di frontiera, un cuscinetto geopolitico che Erdogan bramava da tempo e che consentirà, ad Ankara, di proiettare la propria influenza su scala regionale.

Non a caso lo stesso presidente nella giornata di ieri, prima di tornare da Hangzhou dove ha partecipato al vertice del G20, ha spiegato che la Turchia è pronta a esercitare un ruolo da protagonista per riportare ordine in Siria e ha manifestato, al contempo, la disponibilità dell’Esercito nazionale a studiare un piano condiviso con gli americani per “recuperare Raqqa”.

Quanto evidenziato ha un’ovvia rilevanza per il governo statunitense, cui presto o tardi verrà presentato il conto per la doppiezza adoperata nella regione. Come un Giano bifronte, la Casa Bianca da un lato ha utilizzato i miliziani curdi nell’offensiva contro il Califfato, vedendo in essi gli alleati più affidabili, gli unici adatti a tenere le redini delle Forze siriane democratiche (Sdf). Dall’altro, però, ha ricucito giorno dopo giorno, ora dopo ora, i legami con la Turchia. Il secondo esercito della Nato, considerato partner fondamentale e pivot regionale per eccellenza, non può essere sacrificato sull’altare delle altre alleanze. Anche perché – rilevazione strategica – nella base militare presente a Incirilik sarebbero ospitate diverse bombe termonucleari B-61-11: una cinquantina di armi atomiche lasciate nella penisola anatolica in chiave anti-sovietica. Gli Usa, come nota Sigrid Lipott, non hanno confermato questa indiscrezione trapelata sulla stampa d’oltreoceano, ma non l’hanno neppure smentita, il che è tutto dire.

La diffidenza della Turchia

Il rapporto fra Washington e Ankara si era compromesso nelle settimane passate a causa di diversi attriti. Erdogan aveva espresso pubblicamente la propria frustrazione per la mancata solidarietà dei governi occidentali dopo il putsch. Di più: come rilevato dal quotidiano Yeni Safak, Ankara dava per certo – nei colloqui bilaterali – il coinvolgimento nel golpe del generale americano John F. Campbell, ultimo comandante della missione ISAF della NATO in Afghanistan, accusato di aver finanziato i militari in rivolta con denaro appartenente alla CIA, transitato per una banca di copertura nigeriana. Da qui il riavvicinamento a Mosca e la prova muscolare che ne era venuta fuori.


A rompere il ghiaccio per riportare Erdogan a più miti consigli è stato dapprincipio il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, che ha ricucito i rapporti con un lungo lavorio diplomatico, esternando innanzi ai media la propria vicinanza all’Esecutivo democratico. Joe Biden e Barack Obama hanno fatto il resto: tentando di ricucire gli strappi e lusingando l’ego del Sultano, i vertici dell’amministrazione americana hanno lasciato intendere – più o meno velatamente – che l’estradizione di Fethullah Gülen, il predicatore residente in Pennsylvania accusato di aver architettato il colpo di Stato a luglio, potrebbe andare a buon fine.

A Washington in pochi credono a questa “promessa giudiziaria”: l’impressione prevalente è che la Casa Bianca sia determinata a dilatare i tempi del contenzioso, per consegnare lo scottante dossier al prossimo commander-in-chief che siederà nello Studio Ovale.

Il rischio pantano

Anche ad Ankara, però, si nutrono diverse riserve sulla strategia dettata da Erdogan. Esse non vengono espresse alla luce del sole per via del repulisti in atto, ma l’idea che un Esercito in fase di riorganizzazione tecnica possa interpretare – in questo delicato frangente – un ruolo di primaria importanza in un complesso scenario fuori dai confini nazionali non è condivisa da parte dell’establishment dell’Akp. Fra i militari golpisti imprigionati figurano, infatti, elementi di spicco nella scala gerarchica dei soldati: la loro sostituzione con uomini vicino al partito ma meno competenti non darebbe sufficienti garanzie e il timore che l’impasse possa trasformare una brillante intuizione del Presidente in un pantano permanente esiste, ancorché sussurrato.

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