Spalla o nemica dell’Isis? Berlino attacca la Turchia

Il ministero degli Interni tedesco ha puntato l’indice contro Erdogan, reo di aver trasformato la penisola anatolica in una piattaforma di jihadisti. La Turchia, intanto, rivendica in chiave Nato l’alleanza con Putin e polemizza con Atene

La settimana di Ferragosto è stata particolarmente intensa per il governo turco, finito, per ragioni diverse, sotto il fuoco incrociato di Grecia e Germania in virtù di alcune questioni irrisolte.

Il genocidio del Ponto

La prima polemica che ha investito frontalmente l’Esecutivo ha carattere storico. Prokopis Pavlopoulos, presidente ellenico, durante una visita al monastero di Panagia Soumela, ha espresso il desiderio del proprio paese di ricevere formalmente “scuse sincere” da parte di Ankara per il genocidio perpetuato dai turchi sulle rive del Mar Nero fra il 1914 e il 1923.

Secondo le stime degli storici greci, quasi 370.000 persone furono sterminate in quel delicato frangente, e la scelta odierna delle istituzioni turche di non autorizzare alcuna cerimonia religiosa per commemorare le vittime del Ponto è stata stigmatizzata ufficialmente dal presidente Pavolpoulos.

Ankara, da parte sua, ha replicato stizzita con una nota diffusa dal ministero degli Esteri. Le questioni del secolo scorso, ha evidenziato bruscamente la diplomazia anatolica, sono state descritte dal presidente greco “senza coerenza storica o giuridica”, laddove le manifestazioni degli ortodossi sono state bloccate sul nascere non per ragioni di opportunità, ma per questioni di sicurezza. Il monastero sito nella provincia settentrionale di Trabzon, infatti, è da tempo chiuso al pubblico per un restauro, il che renderebbe impossibile la realizzazione di qualsiasi iniziativa.


Illazioni come queste, ha poi aggiunto il ministero, compromettono “lo spirito di amicizia e i valori di buon vicinato” esistenti fra le due realtà, nuocendo implicitamente alla cooperazione internazionale.

La Grecia, anziché investire tempo ed energie in questa direzione, a giudizio del governo turco avrebbe dovuto attivarsi semmai per garantire la celere estradizione degli otto ufficiali golpisti, riparati oltre i confini ellenici dopo gli eventi del 15 luglio.

I militari, accusati da Ankara di complotto e considerati parte dello “Stato parallelo” retto da Gülen, hanno chiesto asilo ad Atene negando il proprio coinvolgimento nel putsch e invocando il rispetto dei diritti umani sacrificati sull’altare della rappresaglia in patria.

Sono, questi, contenziosi non da poco se si considera l’impegno profuso nelle scorse settimane dalle due nazioni per risolvere il delicato dossier cipriota, superando le ostilità di un conflitto che si protrae da troppo tempo.

La Germania all’attacco: la Turchia è una piattaforma dell’Isis

Sul fronte europeo è arrivata l’offensiva del ministero degli Interni tedesco, che ha messo in discussione l’onestà di Erdogan e dei suoi uomini rispetto agli impegni assunti sui controlli alle frontiere, al netto del doppiogiochismo subentrato dopo il tentato colpo di Stato. In risposta a un’interrogazione confidenziale e segreta, il Dicastero ha evidenziato come l’islamismo dell’Akp abbia trasformato la penisola “in una piattaforma centrale” per i fondamentalisti del vicino e del medio-oriente.

Lo spettro del neo-ottomanismo sarebbe servito principalmente per foraggiare, in maniera più o meno diretta, le realtà radicali presenti in Palestina (Hamas), in Egitto (i Fratelli Musulmani) e sullo scacchiere siriano (l’opposizione islamica armata).


Sempre in Germania, poi, sarebbe arrivato nelle scorse ore l’ex direttore di Cumhuriyet, Can Dündar, già condannato a cinque anni di reclusione in Turchia per violazione del segreto di Stato in merito al traffico d’armi appannaggio dell’Isis. Dündar, temendo per la propria incolumità vista la sistematica violazione dello Stato di diritto in patria, ha cercato e ottenuto rifugio nel Vecchio Continente: da qui ha intenzione di rilanciare la sua battaglia culturale per una democrazia liberale che sia in grado di soppiantare l’ingessato equilibrio autoritario costruito dai sodali di Erdogan.

La Turchia come “paese-cerniera”

A queste accuse la Turchia non ha, per il momento, replicato ufficialmente, ma un articolo pubblicato da un’agenzia filogovernativa ha teso a tranquillizzare gli osservatori occidentali in merito alle recenti intese siglate col Cremlino sul versante orientale.

L’attivismo internazionale di Erdogan non sarebbe mai stato ideato per mettere in discussione il radicamento del paese nel blocco della Nato. Semmai esso dimostrerebbe come la leadership regionale possa essere funzionale, in prospettiva, a un legame più saldo fra Mosca e Washington.

Ankara vorrebbe diventare la “cerniera” del continente, in grado di legare Est e Ovest in un’asse militare in chiave anti-Isis. Un’asse, è bene sottolinearlo, che non avrebbe ragion d’esistere se venisse a mancare l’impegno profuso dall’Akp quale ago della bilancia, mediatore trasversalmente riconosciuto.

Una Turchia così immaginata – e proiettata sul baltico, sul Mediterraneo e sul Mar Nero – avrebbe più chance di dimostrare la propria insostituibilità strategica, strappando ai partner accordi economici redditizi in cambio della propria lealtà sui campi di battaglia.

Per quanto concerne il nodo dei migranti, infine, Ankara non ha dubbi: è l’Europa a non aver mantenuto sinora la parola data. Basti pensare alle resistenze registrate nell’Unione rispetto al nuovo regime di visti promesso ai cittadini turchi, desiderosi di muoversi liberamente nell’area di Schengen.

3 risposte a “Spalla o nemica dell’Isis? Berlino attacca la Turchia”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *